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We are all made of All-Star

Che un cambiamento fosse necessario era nell’aria già all’indomani dell’All-Star Weekend 2017, quando l’Hall Of Famer Reggie Miller, al limite della sopportazione di fronte alle difese pantomima dei due conference team, interpellato al “Dan Patrick Show” aveva definito l’atteggiamento dei giocatori nella propria metà campo <<an absolute joke and mockery of the game>>.

* <<Guardi l’All-Star Game, la vetrina della lega e vedrai giocatori che in difesa non provano nemmeno a stoppare o a fare un tagliafuori>> le parole dell’ei fu 31 dei Pacers.
Ah, no, scusate, quello era Willis Reed nel 1980.

<<L’All-Star Game un tempo era un evento estremamente competitivo, con un’atmosfera da playoffs (…) Era un onore essere selezionati e i giocatori non accettavano l’idea di perdere. Questo era l’All-Star Game>>, aveva dichiarato la medaglia d’oro di Atlanta ’96.
Ah, no, ecco, mi sono confuso di nuovo, quello era Oscar Robertson nel 1990.

<<L’All-Star Game è diventato pura esibizione. Questi ragazzi scendono in campo solo per andare a schiacciare. È mero intrattenimento>> secondo il “Knick Killer”.
Ah, no, aspettate, questo era Rick Barry nel 2005.

<<Ciò che abbiamo visto ieri sera era un videogame. È questo e nient’altro. È andare a canestro senza difesa. Le nuove generazioni, i millennials, pensano: “Oh, è stato un All-Star Game fantastico”. Quelli della mia generazione invece si guardano come a dire: “Questo è uno scherzo. Questo è assolutamente uno scherzo e una derisione del gioco”>>. Ecco, ora sì, fu questa la sferzante sentenza dell’ex-Pacers nell’immediato post-ASG 2017. *

(*) Carrellata di dichiarazioni sull’ASG tratta da “Reggie Miller says defense-optional NBA All-Star Game was – an absolute joke and a mockery -”, Dan Steinberg, The Washington Post, 20 Feb. 2017

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 Al di là delle variabili riflessioni in termini di audience e gradimento, da anni era ormai divenuto evidente per gran parte degli addetti ai lavori, così come per gli appassionati di ogni parte del pianeta, come qualcosa dovesse necessariamente cambiare per restituire fascino e agonismo a un evento che, al di là delle critiche di contorno fin dagli albori, è stato soggetto ad una graduale metamorfosi in cui l’equilibrio tra spettacolo e pallacanestro si è palesemente rotto.

La trasformazione era in atto già da tempo anche nell’interpretazione delle All-Star, per loro stessa ammissione. <<It’s all about the show, and we try to give the people great athletic moves, a lot of dunks and a lot of running and gunning>> (Shaq, 2002). <<I think the biggest thing coming out of the game is that everybody leaves injury-free (…) We gave the fans what they wanted to see and everyone left injury-free. Another successful All-Star Weekend for myself and everyone>> (LeBron, 2017).

E così, dunque, dopo quattro record di punti consecutivi tra il 2014 e il 2017, dopo un’ultima edizione record-breaker in quel di New Orleans (in 48 minuti di gioco effettivo riscritti gli annali per punti, tiri dal campo, assist e punti in un quarto), dopo la difesa sdraiata di Curry su Antetokounmpo in campo aperto, eccoci alla svolta.

2017 NBA All-Star Game

 A farsi portavoce dei pionieri del nuovo corso fu proprio Reggie Miller lo scorso 20 Febbraio lanciando una proposta che aveva preso a farsi largo tra le pieghe degli ultimi All-Star Weekend: <<Let’s just take it school yard. My team versus your team>>.

Il 3 Ottobre 2017 l’annuncio ufficiale: nuove regole e nuovo formato per la Partita delle Stelle.

Due capitani-selezionatori (i due giocatori più votati dal pubblico per le rispettive Conference) e un draft composto da due turni di scelta per selezionare starters (tra gli 8 giocatori più votati da pubblico, colleghi e stampa) e riserve (14 stelle scelte dai rispettivi capitani nel pool designato dai rispettivi Conference coach). Il tutto in un chiaro, volontario amarcòrd da campetto.

Ma non basta. La lega ha altresì inteso raddoppiare il bonus pro capite destinato ai giocatori del roster vincente, passando dai precedenti 50.000 giorgioni agli attuali 100.000 (25.000 $ cadauno per gli sconfitti). In aggiunta 350.000 $ da destinarsi in beneficenza per il team vincente, 150.000 per quello perdente. L’incentivo economico parrebbe aver convinto alcuni dei prossimi partenti in direzione Los Angeles, tra cui Kyrie Irving (<<That’ll certainly make it more interesting>>) e Klay Thompson (<<I think it will help, for sure. That’s a lot of money>>). Come cantava Liza Minnelli, “Money makes the World go around”.

Quando però si parla di dollari (tanti) e talento (tantissimo), spunta necessariamente il terzo elemento, quello che il deputato inglese Edmund Burke nel lontano 1787 definì come “quarto potere”: i media.
E qui l’armonia tra giocatori, lega, cronisti e broadcasters si frammenta.

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Ecco, dunque, nascere la diatriba più interessante degli ultimi giorni. O, almeno, più interessante dei “j’accuse” tattici di un apparentemente scandalizzato Westbrook accorso in difesa del compagno Paul George (inizialmente non selezionato, ma rientrato tra i LeBron’s 12 a seguito dell’infortunio di Cousins) con un occhio al Sunday Night del 18 Febbraio e con l’altro alla free agency della prossima estate. Più interessante persino del fuoco incrociato in direzione Oklahoma City proveniente dall’Oregon dopo le dichiarazioni di Russ ai danni di Lillard  (<<Unbelievable. I think it’s just outrageous in my opinion (…) You got guys complaining about being snubbed so they can get in (…) Just because you get voted in don’t mean you’re an All-Star>>).

Ecco, dunque, la magna quaestio che ha riempito pagine di blog, animato opinionisti, smosso le penne dei cronisti e gettato in preda alle convulsioni i leakers di mezzo globo: il draft a porte chiuse tra LeBron James e Steph Curry.
<<I mean the part that everyone on NBA Earth wants to see: James, who picks first, taking … who? And having to explain why he didn’t take the other guys, specifically, Kyrie Irving. Which would be followed by Curry having to do the same, and on and on, in deliciously excruciating fashion until the next-to-last All-Star is taken by James, leaving Mr. Irrelevant, the 24th and final All-Star, to go to Curry’s team by default. Seriously: who wouldn’t tune in to that?>> ha esordito lo scorso 22 Gennaio David Aldridge di TNT nel Monday Morning Tip. Tre giorni più tardi gli ha fatto eco Marc Stein dalle colonne del New York Times, chiudendo l’articolo “Does an NBA All-Star draft held in private make sound?” con un acre <<Nessuna lega sportiva sulla faccia della terra denuda i propri umori più reconditi – le proprie faide, i propri rancori e le proprie ostilità – meglio della National Basketball Association. Visto quanto la lega, così come i suoi partner televisivi, trae profitto dall’esporsi ai riflettori, perché fingere che non sia così? Il draft di giovedì scorso semplicemente non rappresenta il compimento del nuovo format, se non si ha il coraggio di andare fino in fondo. Le varie componenti di rilievo che hanno messo sul piatto questa frustrante messinscena farebbero bene a buttar giù la maschera e accettare la vera identità dello sport – meschinità incluse. Altrimenti che provino qualcos’altro>>.

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Perché, dunque, la NBA ha imposto condizioni di assoluta segretezza al tanto agognato e ambito draft ASG?

La posizione ufficiale di Adam Silver e soci è stata quella di non voler mettere in piedi modalità e contesti “unfair to the players”. <<The goal was to improve the All-Star Game, not put a cherry on top of the cake>> ha dichiarato The Commitioner durante un’intervita a NBA TV. La NBPA, sindacato dei giocatori fondato nel 1954 da Bob Cousy e oggi rappresentato da Chris Paul (determinante, assieme a Michael Jordan, nelle manovre diplomatiche che hanno condotto al nuovo format), ha seguito a ruota con un comunicato rilasciato per SB Nation recitante: <<E’ stata la mancanza di un consenso da parte dei giocatori potenzialmente coinvolti che ci ha portati ad avallare questa decisione>>.

Come spesso accade la verità si nasconde tra le righe e dietro l’ammiccante <<Friendship can come into play>> di Carmelo Anthony possiamo in realtà leggere qualcosa che più cinicamente definirei come “game is fame” o “game is gain”. Ossia il danno di immagine per ipotetiche, altisonanti ultime scelte eccellenti sarebbe intollerabile per giocatori, procuratori e partner in affari e potrebbe tradursi in perdite economiche nell’ordine di milioni di dollari.

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I media però scalpitano. I proventi derivanti dalla vendita di diritti tv, sponsor e diritti d’immagine sarebbero di proporzioni pantagrueliche e a di fronte ad una tavola di fatto ormai già imbandita diventa difficile ipotizzare che giocatori, sindacati e rappresentanze di sorta perseverino nel diniego per gli anni a venire. Gli stessi James e Curry al termine della sessione a porte chiuse hanno rilasciato tweet esplicitamente favorevoli ad una presenza di telecamere e dirette televisive. E’ stato proprio Steph il primo a rinfocolare le fervide ambizioni di cronisti e network, affermando che in ottica futura la fruizione live sia un’ipotesi tutt’altro che peregrina, ma che sarà necessario pazientare in quanto il nuovo format è ancora in fase di evoluzione.

Come concludere quindi un articolo su un fenomeno di per sé ancora tutt’altro che concluso? Come porre la parola fine ad un fatto appena iniziato con questo All-Star Game 2018?
Sicuramente possiamo partire dal considerare come le mani silveriane, modellando il nuovo volto dell’evento cestistico più mondano dell’anno, abbiano scoperchiato il grande, quanto antico, vaso di Pandora in cui sono racchiuse tutte le contraddizioni, le trattative e i compromessi storici tra media e lega da prima ancora che essa prendesse il nome di National Basketball Association.
Abbiamo davvero bisogno del Big Brother negli spogliatoi (dove comunque  la realtà rimane quasi sempre occultata alle telecamere), di giocatori microfonati come agenti segreti nel bel mezzo della Guerra Fredda, di un Popovich costretto a portare la microspia al torace nonostante abbia lasciato la CIA da decenni, di intrattenimento prima, dopo e durante i match, di kiss-cam, dab-cam, areyoukiddingme-cam anche negli intervalli di serie di playoffs, di inni nazionali trasformati in esibizioni dell’ultimo prodotto dei talent show di turno?
Dall’altro lato, la lega (la stessa lega che, per altro, ha appena siglato i nuovi accordi televisivi con le conseguenze finanziarie del caso per tutte e trenta le franchigie) può e, soprattutto, vuole fare a meno di dei media, per quanto talvolta invasivi, invadenti e circensi?
Forse qualcuno ora dirà che è tutto molto più complesso di così. Certo. Ma a lungo andare questa formula rischia di divenire un ostacolo verso un tentativo di avviare una riflessione, oltre ad essere un eccellente escamotage per chiamarsene fuori elegantemente.

NBA: All Star Game

Beh, nel dubbio, vi lascio con due brevi osservazioni.
Da un lato colpisce la frenesia schizofrenica di analisti (molti dei quali al soldo di grandi network televisivi) capaci di passare nell’arco di un anno dall’indignazione per un ASG sempre meno sportivo e sempre più mediatico, sempre meno agonistico e sempre più d’intrattenimento, al risentimento per una nuova edizione che non ha previsto, né permesso una presenza mediatica totale.
Dall’altro mi ha lasciato alquanto divertito l’ <<It’s an All-Star Game, folks. It’s not negotiating with the North Koreans>> di David Aldridge, sempre lui, che ha poi chiuso il suo Monday Morning Tip “Why NBA All-Star Draft has look of a (present or future) made-for-TV event” con una proposta davvero suggestiva per un futuro tv draft show: <<After every pick, a “Greek Chorus” of three former NBA players would explain why they loved, or hated, the captain’s selection. (Again, personally: how could you go wrong with TNT’s Kevin Garnett, ESPN’s Paul Pierce and, say … Gary Payton?) And on it would go until the end of the show>>.

Ecco, in realtà non sono d’accordo neanche su questo. Shaq al posto di Paul Pierce.

Davide Alekos Iaconis

Davide Alekos Iaconis

Nato a Torino 8 ore e 45 minuti prima di Italia-Danimarca 1-0 (61° Zio Bergomi) nell’anno del secondo MVP a Magic, appena uscito dal comodissimo salotto amniotico esclama: “Chiudete la porta, ché mi fa freddo”, mentre l'ostetrica, facendo roteare la mano in aria a mo' di flamenco, proclamava: “E' nato 'nu criature niru, niru”. All'età di 5 anni lascia l'hinterland e l'atmosfera “summer, summer, summertime/time to sit back and unwind” da Fresh Prince of Le Fornaci per trasferirsi a Mirafiori, affascinato dal groove della metropoli. Da lì in avanti sarà tutto un susseguirsi di tram linea 4, panini con la 'nduja, Kobe Bryant, A Tribe Called Quest e pianofortini elettronici anni '90. Dopo una temporanea separazione consensuale dalla palla a spicchi per dedicarsi alla scuola di Esculapio, torna a giocarci e, perché no, anche a scriverne. Con risultati discutibili.

 

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