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Spree – dalle origini alla sospensione (puntata 1)

La storia in due parti della carriera di Sprewell

Ritrovarsi di fronte al foglio bianco con l’idea ancora piuttosto confusa di scrivere di uno dei tuoi idoli tardo adolescenziali (per dirla alla Enrico Brizzi), rappresenta un compito assai arduo. È difficile in questi frangenti allontanare la sensazione di inadeguatezza che pervade tutta la stanza. Sai che, anche qualora dovessi riuscire nell’intento non banale di scrivere una manciata di parole che risultino persino piacevoli, mai riuscirai a restituire al personaggio una benché minima parvenza del puro godimento che ti ha procurato vederlo giocare in passato. Eppure senti che glielo devi. Anche se lui probabilmente non ti leggerà mai.

Di un giocatore irripetibile per tanti versi come Sprewell hanno scritto più o meno tutto, più o meno tutti. Ha raccontato la sua storia persino il più grande narratore sportivo della nostra epoca (e di un paio o tre di epoche precedenti).

Perché l’avvocato Buffa ha gusti raffinati e subisce da sempre il fascino di personaggi che sì, se la cavano divinamente con la palla in mano, ma che potrebbero in fin dei conti non sfigurare neppure tra le pieghe della trama di romanzi come I sotterranei di Kerouac o Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij. E la pièce di Federico su Spree è, come sempre, da antologia. Visti i molti e, in certi casi, illustri precedenti, il lavoro si fa ancora più ostico ma, come spesso si dice per darsi un po’ di coraggio, tentar non nuoce.

Le origini dell’uomo

Latrell Fontaine Sprewell nasce a Milwaukee l’8 settembre del 1970.
In quei giorni sul pontile del Riverwalk non campeggia ancora alcuna statua di Fonzie e i “giorni felici” dell’american way of life iniziano forse a prendere forma solo nella testa di Garry Marshall. Jeffrey Dahmer, che più tardi macchierà di sangue le strade della città con omicidi efferati e riti di cannibalismo, è un comunissimo ragazzino delle elementari, forse è un po’ chiuso, a tratti apatico, probabilmente ha già sperimentato la decapitazione su qualche esemplare di roditore. L’infanzia di Spree è problematica. Il padre, Latosca Fields, ha il brutto vizio di curare il male di vivere da cui è afflitto col più antico e disponibile rimedio che ci sia: l’alcol. Una sera, tornato a casa particolarmente ubriaco, ulteriormente irritato per il fatto che Patricia, la madre di Spree, si è trattenuta al lavoro più del dovuto, decide di scaricare tutta la sua collera sulla casa. Appena giunge la compagna, si abbatte pure su di lei. Ruba quanto gli è più caro, lo stereo, quanto è più caro, il visone da 400 dollari, e quello che gli serve, ovvero l’auto, per fuggire. Per sempre. Patricia, seppure particolarmente avvezza alle violenze, lo denuncia e lo fa mettere dentro. Il piccolo Latrell incassa il colpo ma va avanti. Anche se tale subbuglio è destinato a segnare l’intera sua esistenza. Si ricongiungerà con il padre per qualche tempo a Flint, dove fra le altre cose a scuola viene considerato troppo esile e fragile dal coach di basket per fare la squadra. Prima del suo anno da junior alla high school fa ritorno a Milwaukee. Non ha mai giocato in un contesto organizzato o con delle regole ma al campetto fa da padrone. Tanto che James Gordon, l’allenatore di Washington High School, lo nota. Per testare la sua reale efficacia lo mette contro uno molto più grosso, il centro della squadra, gli chiede di mostrare cosa sappia fare e, nonostante l’inesperienza, si convince ad affidargli le chiavi della squadra. Nell’anno da senior chiude con 28 punti di media. È bravo Sprewell, ma non così tanto da meritarsi una borsa di studio per meriti sportivi. Di meriti accademici, manco a parlarne. Però il ragazzo, fin da subito, dimostra una certa qual disposizione ad arrivare al cuore di chi gli sta intorno e Gordon si fa in quattro per ottenere da Hammond, amico e coach con importanti conoscenze, la possibilità di spedire Spree almeno al Three Rivers Community College, a Poplar Bluff, nel mezzo del Missouri e.. del niente. Per di più Latrell ha messo incinta una delle sue fan del campetto e inizia a dover pensare seriamente al proprio futuro. Nei due anni al Three Rivers si dimostra palesemente di un altro pianeta. Finisce così alla corte di Wimp Sanderson, a Alabama, finalmente sul grande palcoscenico della Division One. Vi arriva come specialista difensivo, d’altra parte in squadra ci sono bocche da fuoco come Jason Caffey, James “Hollywood” Robinson e Robert Horry, col quale stabilisce subito una complicità che va oltre la semplice condivisione della stanza in trasferta. Quando due anime elette si incontrano in genere tendono a riconoscersi. La sua inesauribile energia lo porta nell’ultima stagione a stare in campo 36 minuti a partita – più di tutti nel torneo – divenendo ALL-SEC, primo quintetto ideale della South-Eastern Conference.

La chiamata ai Warriors

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Sulla scia delle buone prestazioni fatte registrare in campo, arriva l’NBA e la chiamata di Don Nelson, un personaggio diverso – proprio come Spree, con la numero 24 nel draft del 1992. I Warriors di quegli anni sono una squadra che definire intrigante è dire poco. Hanno in Tim Hardaway e Chris Mullin forse due dei primi 15 della pista. Billy Owens è un giovane in rampa di lancio e poi dovrà pur valere qualcosina, se è vero che nel 1991 è stato scambiato per Mitch Richmond. Nella primissima stagione a Oakland mostra interessanti pezzi di repertorio che gli valgono il secondo quintetto All-Rookie. In quella successiva arriva, a sorpresa perché non figura nelle schede iniziali per le votazioni degli spettatori, l’All-Star Game, anche se da riserva. Si va ai playoff e gli sprovveduti guerrieri subiscono una pesantissima lezione da uno dei migliori Sir Charles di sempre. Poco importa. Barkley e i Phoenix Suns sarebbero i campioni in carica se non fosse che a Chicago fino a quasi 11 mesi prima scendeva in campo per i Bulls Dio in pantaloncini da basket. E così fondamentalmente non vale. Alla fine, complice proprio la scappatella di Jordan con i Barons del baseball a Birmingham, lo spot di guardia nel primo quintetto ideale NBA è occupato da Spree.

L’ascesa del giocatore

La sua ascesa è fulminea. Nonostante ci troviamo ancora in quella che potremmo tranquillamente definire la pubertà della sua carriera da professionista, Latrell mostra già alcune delle caratteristiche che lo accompagneranno fino all’uscita di scena. Una volta Dylan Thomas scrisse di sé:

«Contengo in me una bestia, un angelo e un pazzo. E la mia ricerca riguarda la loro azione, e la mia difficoltà consiste nel loro soggiogamento e nella loro vittoria, negli abbassamenti e nei sollevamenti, e il mio sforzo è la loro auto-espressione.»

Se Spree avesse avuto tanta proprietà di linguaggio e la capacità di riflessione dei grandi pensatori, probabilmente avrebbe detto di sé le stesse identiche parole. Per fortuna non l’ha fatto, non si è fermato a pensare. Piuttosto ha continuato a correre e a stupire il mondo sui 28 metri di campo. Quello che indossa la maglia numero 15 ai Warriors è un giocatore implacabile. Se cercate accuratamente nel dizionario del basket sotto la parola slasher, trovate con ogni probabilità la sua foto. Alto poco meno di due metri, gracilino – come gli hanno sempre detto – e con gambe che ingannano se ci si ferma all’apparenza, è invece un concentrato di esplosività. Mette palla a terra con una rapidità ammorbante e attacca il canestro con la foga di un velociraptor che, una volta sbranato il ferro, sembra tutto fuorché saziato. I notiziari sportivi a stelle e strisce sono inondati dai suoi highlights, nei quali brucia in partenza l’avversario di turno, compie un arresto a un tempo in mezzo all’area e schiaccia a due mani portandosi la palla dietro la testa. Piccolo e insignificante particolare: esegue il gesto mantenendo durante tutta la durata del salto le gambe divaricate come se fosse Shaq, stessa prepotenza, diverso quantitativo di centimetri e soprattutto libbre. Dopo aver finito di galleggiare a piacimento, scende scalciando con entrambi i piedi – perché la sua è un’affermazione di pura arroganza – e fa la faccia cattiva, di chi in quel momento non sta semplicemente sfidando una squadra ma intende mostrare i denti a un’intera città avversaria.

Oltre a questo, ed ecco il pazzo dentro la bestia, ci sono però le liti con i compagni Byron Houston prima e Jerome Kersey poi, i voli persi per Salt Lake City, le grasse risate in panchina alle spalle del coach che sta perdendo la partita e la passione per le auto veloci e i dobermann, che qualche grattacapo hanno procurato al nostro. A fare da contraltare, di nuovo, il permanente senso di lealtà che sembra suscitare nei compagni a ogni fermata della sua carriera: detto di Horry, ai Warriors lega moltissimo con Billy Owens, Bimbo Coles, Felton Spencer e non ultimo C-Webb, in nome del quale non dividerà mai volentieri il pane con l’altra anima della squadra, quella preferita da coach Nelson, Timmy The Bug Hardaway. Sprewell è il classico personaggio che non permette a niente e nessuno di smuovere le proprie certezze. Procede per la sua strada, anche se ai più può sembrare poco battuta. Proprio come il suonatore Jones della canzone di De André a cui dà il nome, Latrell usa la palla a spicchi, al posto del flauto, come strumento di libertà artistica e spirituale per oltrepassare il filo spinato della materialità da cui tutti gli altri che lo circondano sembrano irrimediabilmente braccati. Lo so, con un personaggio come Sprewell vi aspettereste citazioni in stile Rage Against The Machine e non Faber, ma tant’è.

Il fattaccio

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Dopo tanto ciancicare, arriviamo così al fattaccio. È il primo giorno di dicembre del 1997 e i Warriors stanno facendo allenamento alla loro practice facility. L’allenatore è P.J. Carlesimo, il record di squadra recita una sola vittoria a fronte di 13 sconfitte. La tensione è palpabile e Spree, che dovrebbe essere più o meno il leader è, ovviamente, al centro di ogni discussione. Il coach non passa per essere uno che di solito usi i guanti coi suoi giocatori. È aggressivo con loro, finanche volgare in alcune sue esternazioni. Spesso arriva al confronto diretto, faccia a faccia: citofonare a Rod Strickland (che però – va detto – non è esattamente Madre Teresa di Calcutta) per eventuali delucidazioni sul suo rapporto con l’allenatore ai tempi di Portland. Comunque sia quel giorno, anche quel giorno, P.J. Ce l’ha con Spree, colpevole di non prestare la dovuta attenzione ai passaggi che serve a Muggsy Bogues durante la seduta di tiro. «Non ho voglia di sentirlo oggi» pare dire a mezza bocca Latrell. Carlesimo, facendosi tutto il campo, continua imperterrito col rimprovero e, una volta in odore di collisione, Spree gli mette le mani al collo e stringe per circa 15 secondi. I presenti girano la testa dall’altra parte. Lasciata la presa, la guardia da Alabama se ne va dalla palestra ma ormai il pazzo ha preso il sopravvento sull’angelo ed è presto vittima di un ripensamento: fa inversione con la macchina, torna al centro d’allenamento e prova a colpire il coach. Ferrell gli si para davanti. Bimbo Coles prova a dirgli due paroline magiche. Niente, Spree è fuori di sé ed urla a tutta Oakland di cederlo. Stern, che storicamente quando si è trattato di dare punizioni esemplari non si è mai tirato indietro e mai lo farà in seguito, lo sospende per un anno, durante il quale non percepirà mezzo dollaro. Il nativo di Milwaukee, che in tutta la sua vita, che si trattasse di una partita di pallacanestro o di altro, non ha mai alzato bandiera bianca, fa causa all’NBA e si fa assistere da Johnnie Cochran, per tutti quello che ha difeso O.J. Simpson. Perde l’arbitrato e durante la sospensione si mette nei guai per un duello in macchina in cui l’avversario finisce fuori strada. Ci troviamo sulla strada per la perdizione? Cerchiamo almeno di percorrerla tutta! La sua vicenda sembra arrivata al capolinea.

Così almeno sarebbe per molti.
Non per Latrell Fontaine Sprewell.

Lo vedremo nella prossima puntata.

Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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