Golden State Warriors vs Washington Bullets, 1975 NBA Finals

L’arroganza della perfezione

Abbiamo tutti davanti agli occhi quanto appena accaduto nelle NBA Finals 2017; il dominio tecnico di Durant, lo Steph Curry ritrovato, il Klay Thompson implacabile, tanto a trovare il fondo della retina durante la Regular Season quanto ad impedire agli avversari di prodigarsi nello stesso sforzo nelle Finals, la straripante energia di Draymond Green e l’insostituibile contributo di Iguodala dalla panchina. E via tutti a parlare di scelte poco coraggiose, di scarsa competitività della Lega, di assenza di pathos; i bandwagoners da un lato, pronti a sminuire il giocatore in assoluto più dominante degli ultimi tempi, discretamente in alto anche nella classifica di gradimento all-time (parlo ovviamente di LeBron James); i tifosi Cavs, in vacanza a Miami fino a un paio di anni fa, dall’altro lato, con la solita solfa del “ti piace vincere facile”.

Grazie mille ma fuggo a gambe levate di fronte a questo post Finals imperniato sulla ricerca della squadra più forte di sempre o del “GOAT” (anche perché il vero GOAT  è uno e uno solo e rubava i dollari appoggiati sulla parte superiore del tabellone nei campetti della Grande Mela) e prendo spunto da queste Finali per studiare un po’ di storia del gioco andando indietro con il pensiero alla ricerca di ciò che è successo nella Baia prima dell’era Steve Kerr.

Be’, il primo ricordo lampante è l’upset al primo turno di playoffs del 2007 contro i Dallas Mavs del MVP Dirk Nowitzki; ancora più roboante è il ricordo della schiacciata, sempre nel 2007, del Barone in testa al malcapitato Kirilenko; nei primi anni 2000 ricordo Jason Richardson decollare durante l’All Star Week-end aggiudicandosi ben due Slam Dunk Contest; torno ancora un po’ più indietro nel tempo, fino al Run TMC e alla run and gun ispirata da Don Nelson ed eseguita da  Tim Hardaway, Mitch Richmond e Chris Mullin; ma se nell’intento di riavvolgere il nastro più velocemente possibile prendessi in mano la matita,  facendo roteare attorno ad essa la storia dei Warriors come fosse una musicassetta, arriverei nella Oakland del 1975, anno in cui il Larry O’Brien Trophy non esisteva ancora, degnamente preceduto dal Walter A. Brown Trophy in memoria del primo proprietario dei Celtics e co-fondatore della National Basketball Association.

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Prima di arrivare nella California della metà anni ’70 gradirei soffermarmi un pochino sulla costa East degli Stati Uniti d’America. È il 28 Marzo 1944 e, mentre in Italia Palmiro Togliatti da inizio alla “Svolta di Salerno” con l’obiettivo di  trovare il giusto compromesso per la formazione di un governo di unità nazionale composto dai rappresentanti di tutte le forze politiche, a Elizabeth, nel New Jersey, viene alla luce Richard Francis Dennis, o più semplicemente Rick, Barry III. Se mi chiedeste una definizione di Rick Barry ve la servirei subito senza neanche pensarci: “Andare oltre con il pensiero”.  Che altro non è che la traduzione letteraria presa direttamente dal latino di trans – cogitare, spingersi con il pensiero oltre la ragionevolezza, al di là dei limiti della misura, in una parola singola: tracotanza. O arroganza se preferite, presunzione, insolenza, scegliete voi, basta che abbiate capito il concetto.

Che il giovane Rick fosse una testa calda lo si capisce fin da subito vista la sua attitudine, già in tenera età, a mettere in mostra un carattere non proprio mansueto; ma altrettanto precoce è la percezione di veder crescere un giocatore di Basket fuori dall’ordinario.

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All’Università di Miami il giovane Rick domina in lungo in largo sia tecnicamente che fisicamente tanto da arrivare a disputare una stagione da Senior da capogiri. 37,4 punti di media a partita che gli valgono il soprannome di “Levriero di Miami”, con coach Bruce Hale, suo futuro suocero, che gli consegna le chiavi della squadra lasciando a lui libertà assoluta di azione e di decisione. Le sue perturbazioni umorali messe in bella mostra in ogni singola partita sono tali da fargli rasentare la follia all’interno del campo da gioco ed incutere paura a compagni e avversari. Questo comportamento instabile, non proprio da gentleman, intimorisce molte franchigie, fino a dissuaderle, al momento di scoutizzarlo per portarlo tra i pro; ma d’altronde cosa ci si può aspettare da uno che ha il fegato di colpire con un pugno una suora? Come pensate che possa comportarsi di fronte ad omaccioni corpulenti quanto, se non addirittura più di lui, racchiusi in un rettangolo di gioco? Ovviamente non si può rinunciare ad un talento del genere e l’occasione di accaparrarsi il fenomeno da U MIAMI viene colta al volo nel 1965 dai  Warriors, ex Philadelphia, non ancora di base a Oakland, stanziati in quel di San Francisco.

Nonostante il tentativo di incatenare l’estro di Rick in regole e schemi tattici e comportamentali, il nativo di Elizabeth trasuda talento fino a portare i Warriors, da sophomore, alle Finals contro i Sixers di Wilt. Barry gioca quelle Finals a 40 di media ma nonostante ciò i Warriros si arrendono allo strapotere di Chamberlain. Nei suoi primi anni da Warriors, Rick mette in mostra un campionario degno di un Dio del gioco che lo porta ad eccellere nella statistica dei punti segnati, ma anche nella capacità di trovare i compagni. Un giocatore unico nel suo ruolo che ridisegna i canoni del basket dell’epoca, reso ancora più unico da un tratto distintivo particolare, il tiro libero.

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Se vi parlassi dei Deep Purple cosa vi verrebbe subito in mente? Ovviamente il riff di “Smoke On The Water”, riconoscibile a distanza di anni anche dai più giovani e dai meno attenti al panorama musicale dell’hard rock britannico. Così come, al primo accenno di questo famosissimo successo, si materializza l’immagine di Ritchie Blackmore con la Stratocaster tra le mani, ogni volta che si nomina Rick Barry sovviene in mente il fascino del tiro libero dal basso. Un’arte di tecnica e precisione che ha fatto le fortune del suo esecutore e delle squadre per le quali ha giocato. Tecnica di tiro  figlia di un’idea del padre nel tentativo di incrementare le percentuali di Rick, in difficoltà dalla linea della carità. Una caratteristica tecnica unica che frutta il 90% in carriera ai liberi, una purezza di esecuzione che ha permesso al cuoio dello Spalding di conoscere spesso la morbidezza del cotone e quasi mai la consistenza del ferro.

Inversamente proporzionale alla affidabilità del tiro libero di Rick viaggia però la affidabilità dei suoi rapporti umani con il resto del pianeta Basket. Rick Barry non è sicuramente un uomo di semplice lettura, alterna partite da incorniciare, nelle quali a tratti appare incontenibile, a litigate furiose contro chiunque gli si faccia incontro. Di certo il savoir-faire non è il pregio migliore e la dimostrazione della sua volubilità mentale è la scelta, arrogante, insolente, altezzosa di abbandonare la NBA, fosse solo per il gusto di far parlare male di se, come a volersi far rimpiangere, se non addirittura odiare. Ovviamente il tutto è condito da una discreta quantità di biglietti in verde che lo convincono, più di ogni altra cosa, ad accasarsi sull’altra sponda della Baia, agli Oakland Oaks militanti nella ABA.

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Rick resta nella lega alternativa  giusto il tempo di saltare un anno per aver violato i vincoli contrattuali con la NBA, vincere il titolo, dominare la classifica marcatori e indossare, oltre a quella degli Oaks, le casacche dei Washington Caps e dei New York Nets. L’homecoming alla lega madre coincide con il ritorno ai Warriors, ormai trasferitisi a Oakland, nel 1972.

Quando il figliol prodigo torna nella Baia ha in serbo una sorpresa che i tifosi di Golden State scarteranno nel 1975: gli Warriors decidono di investire Barry del ruolo di sole attorno al quale far ruotare i restanti pianeti dell’intero sistema solare in giallo blu. Via Nate Thurmond, ultimo baluardo a crollare di fronte a Wilt Chamberlain nell’ultima apparizione alle Finals dei Warriors e dentro giocatori funzionali alle capacità realizzative di Rick…  Il capolavoro matura in una finale dominata contro i Washington Bullets della coppia, fin li implacabile, Unseld – Hayes; un 4-0 tracotante nel quale spiccano i 29,5 punti di media di Rick Barry III.

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La carriera di Rick si conclude a Houston, non proprio in linea con le capacità mostrate negli anni addietro, ma una statistica surreale appare davanti agli occhi analizzando la sua ultima esperienza da giocatore NBA: 160 su 169 ai liberi, la perfezione applicata allo sport. Un arroganza tecnica, oltreché caratteriale che lo porta ad essere il primo dominatore della Baia, una carriera giocata trans-cogito, oltre il pensiero, oltre i limiti della misura, oltre la ragionevolezza in ogni senso possibile e applicabile al basket, in grado di produrre geni affini allo sport della palla a spicchi, dei quali si sono avvalsi i quattro figli, Scooter, Jon, Brent (con due anelli al dito targati San Antonio Spurs) e Drew nelle loro carriere tra NBA e resto del mondo. Io sono sempre stato un fautore e un promotore dell’umiltà, a qualsiasi livello e in qualsiasi settore così come sono sempre stato convinto degli effetti deleteri che l’arroganza produce, ma si sa, le eccezioni che confermano le regole esistono e nella Baia quell’eccezione è una soltanto: Rick Barry III e l’arroganza della perfezione.

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Francesco Rivano

Francesco Rivano

Nato il 12/11/1980 a Iglesias, nel profondo Sud della Sardegna e cresciuto a Carloforte, mi sono laureato in Economia e Commercio nel 2007 trovando successivamente un impiego nell'ambito della gestione contabile. Calciatore e calciofilo fin da tenera età ho militato nella squadra del mio paese per 15 anni. Nel 2000 sono stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco e mi sono convertito al basket. Il mio personalissimo Messia ha un nome e un cognome: Allen Iverson. Attualmente mi occupo di intermediazione immobiliare ma la più grande passione rimane la palla a spicchi color arancio e narrare le vicende della NBA e dei suoi protagonisti è la mia massima espressione di libertà e divertimento.

 
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