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L’equivoco del Re

La fragorosa caduta dei Cavs sabato sera sul proprio campo contro dei Thunder mai così scintillanti in attacco, ha messo a nudo, se ancora ce ne fosse bisogno, le difficoltà strutturali di una squadra che in estate aveva subito rilevanti cambiamenti. L’edizione di Cleveland, che aveva raggiunto le Finals per il terzo anno consecutivo solo 7 mesi fa, infatti era stata pesantemente rivoluzionata da un mix pericoloso di scelte personali e opportunità di mercato. Se la decisione di Kyrie Irving era maturata per l’ormai inevitabile incompatibilità di ego con il più titolato compagno James – sono emersi tutti i dettagli sul malcontento di Uncle Drew dovuto alla volontà di caricarsi una propria squadra sulle spalle e sulle perplessità dello stesso, una volta conosciute le intenzioni della franchigia di potersene anche privare – la rivoluzione del roster, a partire dal maxi-scambio intavolato con i Celtics, aveva come unica ragion d’essere quella di tenere buono LeBron, contornandolo di pedine dal nome altisonante, che contribuissero a non allontanarlo ulteriormente dall’Ohio prima del (breve) tempo.

Da qui il titolo del pezzo: l’equivoco del Re.

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Il Re ovviamente è per tutti, più o meno da sempre, LeBron Raymone James, investito del ruolo di King prima ancora di avere un vero e proprio regno. I sudditi, quelli sì, li ha sempre avuti. Come in ogni storia di talento giovane (da cavalcare) che si rispetti. Tutti testimoni, fin dall’inizio. Poi in effetti testimoni di qualcosa di unico lo siamo stati davvero. Stiamo parlando di quello che ancora oggi, dopo 15 anni di NBA, per impatto sul gioco guarda tutti gli altri dall’alto verso il basso: il migliore giocatore al mondo, non si discute. Solo spostando i suoi talenti, rovescia le sorti di almeno due franchigie, riscrive le graduatorie di Conference e Division, non sempre della NBA intera però. Avere in squadra un sovrano del suo lignaggio tuttavia comporta oneri e onori. È vero che Cleveland con ogni probabilità senza il suo King non avrebbe mai vissuto l’atmosfera rarefatta delle finali NBA e i calendari degli sport bar di East Fourth Street sarebbero ancora fermi a quel 27 dicembre del 1964, quando i Browns portarono The Land sul tetto del mondo. È altrettanto chiaro, oggi più che mai, che puntando le proprie fiches per intero sul 23, il proprietario Dan Gilbert abbia alfine condannato tutto il carrozzone ad andare dietro alle pretese del figlio di Akron, anche quando la necessità di sterzare e cambiare rotta appaia quasi inevitabile. Ben inteso, è stato così per quasi tutti i più grandi del Gioco, se parliamo di finestra temporale da sfruttare al massimo delle proprie possibilità quando passa un simile e irripetibile talento e successivo vuoto lasciato dall’inevitabile abbandono dello stesso: si vedano, solo per citarne alcuni, i Bulls del dopo Jordan e i Lakers post-Bryant. Quello che però colpisce negli attuali Cavs è l’assoluto sacrificio di ogni risorsa, che sia umana o finanziaria apparentemente non sembra fare alcuna differenza, per dare a LeBron un contesto vincente fino all’ultimo dei suoi giorni on The Land. Voglio dire, limitandoci solo agli esempi del passato, srotolati in precedenza, le voluttuose necessità di un Jordan a fine corsa (forse) si scontrarono con l’attaccamento di Krause alle prerogative del suo ruolo di GM fino a costringere Sua Maestà a lasciare, mentre a Kobe i giallo-viola non hanno sempre garantito la possibilità di competere, ma questo forse è dipeso più da una questione di incuria che non di reale volontà.

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Il ritratto di D-ori-an Gilbert

L’ultima bega nella Terra del Re è stata in ordine di tempo la fuga di Kyrie Irving. Pensatela come preferite, resta il fatto che l’ex-prima scelta da Duke, a un dato momento della sua esperienza in Ohio, si è sentito messo in secondo piano. Normale, se si ha il Re come compagno di squadra. Un po’ meno se ci si sente principini a propria volta e si ambisce a raggiungere un giorno la stessa posizione dell’altro. Traslando il discorso sul campo da basket, condividere il parquet con uno come LeBron può essere la cosa più semplice del mondo, se si è svegli e dotati di buone mani per ricevere e sfruttare l’enorme spazio concesso, magari con un tiro, può essere viceversa molto frustrante, se per giocare il miglior basket di cui si è capaci si tende ad aver bisogno della palla fra le mani. Se hai la stessa maglia di James, devi essere consapevole in partenza che non sarai migliore del compagno in nessun aspetto del tuo lavoro. Una volta accettato questo, puoi anche avere un’onesta carriera a la James Jones. Non è per tutti però. Dan Gilbert, che da ora in poi chiameremo D-ori-an Gilbert, ammiccando al celebre Gray, protagonista del romanzo di fine Ottocento di Oscar Wilde, abbracciando il figliol prodigo per la seconda venuta in Ohio, ha metaforicamente venduto l’anima in cambio dell’ambìto titolo NBA. Da allora le notti dei suoi GM sono state piuttosto insonni e i lembi della borsa dove tiene i soldi tendenzialmente aperti.

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Per questo, anche Uncle Drew, la pepita più preziosa di cui disponesse prima del ritorno del Re, è diventato improvvisamente materiale sacrificabile, peraltro sul precario altare dell’ultima stagione di James. Perché sentir parlare di una sua eventuale permanenza oltre l’estate del 2018 – diciamocelo chiaramente – fa l’effetto dell’ennesima barzelletta su Totti: simpatica, ma poco attuale. E quanto arrivato in cambio da Boston per Kyrie è sembrato pure adeguato, almeno secondo l’illustre parere di moltissimi addetti ai lavori: Jae Crowder, Isaiah Thomas, Ante Zizic e la prima scelta 2018 di Brooklyn, oltre a una seconda 2020, aggiunta in seguito come parziale compensazione per aver spedito IT in Ohio leggermente infortunato. Immagino la faccia di Danny Ainge mentre si lecca i baffi che non ha. Niente male, davvero un bel pacchetto, se non fosse che non stiamo facendo la raccolta di figurine, bensì stiamo cercando di assemblare una squadra. Non appena il nuovo titolare della maglia numero 3 dei Cavs è tornato sul parquet, l’equivoco alla base della costruzione del roster è venuto a galla. In realtà la crisi di Cleveland era già cominciata: nelle ultime 14 partite ha il terzo peggior record della lega, dopo Orlando e Sacramento, con solo 4 vittorie, peraltro maturate con un complessivo +5 sui Magic, battuti due volte, e un +3 sui Bulls. Sempre (e solamente) Sacramento è l’unica che concede più punti per 100 possessi agli avversari: i 110,2 subiti dai Kings sono tallonati da vicino dai 109,8 dei Cavs. Impensabile concorrere per il titolo con queste cifre. Thomas ha un plus/minus di -16,5 in media, accompagnato da un defensive rating di 119,0. Ma questi sono solo dati. Per avere una reale idea di quello che succede sul parquet dei cavalieri, osservate un momento qualsiasi delle ultime giocate in cui sono stati in campo insieme Thomas e Love: rarissimo esempio di coperta corta da entrambe le parti, sul perimetro e nel pitturato. Oppure andatevi a vedere quando il backcourt era composto dalla coppia Thomas-JR Smith. O ancora, nella partita indiziata, quella contro OKC, quando in campo vi era pure D-Rose. Appare improbabile nella NBA del 2018 mascherare tanti punti deboli nello stesso tempo. La cosa realmente preoccupante è stata che, salvo determinati frangenti, non è sembrato che fra i vinaccia mancasse la voglia di impegnarsi, di provare in qualche modo a far tornare i conti. L’incapacità di Thomas, Rose, ma anche di JR Smith di accoppiarsi in transizione difensiva ed opporre una qualche resistenza ai giocatori avversari lanciati a canestro si riflette chiaramente in alcune statistiche chiave: il 16.6% delle azioni totali delle squadre che affrontano sono in situazione di transizione, un dato altissimo; sempre nelle suddette circostanze i punti concessi sono addirittura 1,10 per ogni possesso. Se la prima linea viene facilmente e ripetutamente battuta, non si può dire che in area passi qualcuno a controllare gli inviti: i 46,8 punti concessi nel pitturato in stagione, che collocavano i Cavs già molto in alto nella relativa graduatoria, sono saliti a 50,9 nelle ultime 14 uscite. Love è il solito amichevole avversario di sempre. Tristan Thompson sembra aver subito l’inesorabile effetto Kardashian: quando TT è in campo, il fatturato dei dirimpettai diminuisce soltanto di 0,5 punti ogni 100 possessi.

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Trade Machine

Tutto questo ci riporta all’equivoco di cui abbiamo parlato all’inizio.
LeBron James è forse la superstar che fra tutte le altre (non necessariamente soltanto contemporanee) ha il maggior player impact estimate  al di fuori del rettangolo di gioco. Mi spiego meglio: avere il prescelto nel roster equivale a competere su base immediata per il titolo ma anche ad aumentare vertiginosamente la mole di transazioni di mercato e turnover del personale, non obbligatoriamente concluse seguendo un ideale percorso logico. Lungi da me attribuire responsabilità e comportamenti da GM al prescelto, che, in quanto tecnicamente “persona che è stata preferita ad altre”, potrebbe pure permetterseli. Sono consapevole che più di uno già lo faccia al posto mio. Ed è quanto meno sconveniente processare le intenzioni sulla base di informazioni di seconda mano, che oltretutto per passare da una all’altra devono giocoforza attraversare l’Oceano. Limitandosi ai fatti però, le sue squadre, nonostante possano considerarsi già in partenza quasi ontologicamente delle contender (principalmente per il fatto di averlo) e abbiano payroll sempre fra i più salati, tendono ad essere ogni anno l’epicentro di svariati movimenti di mercato. Quasi come se il talento, anzi i talenti a disposizione non fossero mai abbastanza. Come se emergesse sempre l’urgenza di intervenire, modificare, rimodellare in corso d’opera. Questo potrebbe far pensare che negli uffici del management si ponga grande attenzione ai dettagli e si lavori in un’ottica di miglioramento continuo. Non sempre però è risultato semplice comprendere il filo logico, e soprattutto il significato tecnico, dietro ad alcune mosse. A volte è sembrato che si acquistasse tanto per aumentare il personale. Al Team LeBron manca sempre uno stretch four, o un 3&D o semplicemente un tiratore da piazzare sul perimetro. Delle volte serve un rim protector, altre invece il difetto viene individuato in regia. In genere si va a caccia di veterani che in cambio di un’ultima corsa verso l’Anello rinuncino a una fetta di ingaggio. Come del resto fanno tutte le franchigie che ammassando due o più stelle finiscono per saturare il salary cap. Su questi presupposti sono arrivati ad affiancare James a South Beach, anche se in momenti diversi, i vari Mike Bibby, Shane Battier, Ray Allen, Rashard Lewis e Chris “Birdman” Andersen. Fatta forse eccezione per il primo, tutti innesti che hanno fornito un apporto rilevante. In precedenza, nella sua prima esperienza a Cleveland, quando ancora il GM era Danny Ferry, all’inizio della stagione 2009-2010, l’ultima prima del passaggio agli Heat (guarda il caso…), fu acquistato da Phoenix un vecchio Shaquille O’Neal, trasferito sul lago con tutti i suoi 20 milioni di dollari di stipendio. Se è vero che fu scambiato sostanzialmente per Pavlovic e Big Ben Wallace, titolare a sua volta di un discreto contrattino di cui urgeva liberarsi, il progetto tecnico alla base di tale idea, ammesso che ve ne fosse uno, naufragò ben presto. Ma è stato con il ritorno a Cleveland che questa tendenza si è ulteriormente rinforzata. Ciclicamente, nell’arco di 3 stagioni e mezzo, caratterizzate dalla snervante rincorsa alla macchina perfetta dei Golden State Warriors, i tweet allusivi e le dichiarazioni criptiche del nostro hanno fatto da preambolo a più o meno rilevanti rivolgimenti di mercato. La più famosa resta sicuramente la richiesta del gennaio 2017 di avere un f—ing playmaker, seguita dall’innesto di Deron Williams, che temporalmente seguiva a sua volta le firme di Derrick Williams e Andrew Bogut (il supposto intimidatore) e lo scambio che aveva portato a Kyle Korver (per il quale erano stati sacrificati Dunleavy, Mo Williams e una prima scelta del 2019), ovvero il tiratore perfetto per i suoi scarichi illuminati. Nel 2015 i mugugni di uno come Waiters, non certo il miglior giocatore di sistema dell’NBA, per la mancanza di equilibrio nella distribuzione dei palloni, con chiaro riferimento alle abitudini del 23, portarono alla quasi immediata cessione del giocatore in una trade a 3 squadre, in cambio di JR Smith (che avendo giocato con Melo si presupponeva che conoscesse il ruolo che gli sarebbe stato riservato) e Iman Shumpert. Abbiamo detto però che non vogliamo fare di questo pezzo una becera illazione di un LeBron GM prima del tempo, per cui limitiamoci a commentare che le sopra citate operazioni, così come molte altre (la cessione di Wiggins, Bennett e una prima scelta del 2016 per Love; Varejao e un’altra prima scelta 2018 per Channing Frye quando serviva uno stretch four; le recenti aggiunte di D-Rose, dell’amico Wade e di Jeff Green), unite ad alcune firme, che potremmo definire piuttosto caldeggiate (JR e Thompson per l’agente, James Jones, Mike Miller, Kendrick Perkins e Richard Jefferson per esperienza o doti balistiche), sono andate nell’ottica di un potenziamento (presunto) immediato, a discapito di un futuro a breve/medio termine da costruire progressivamente.
Quindi la vicenda Irving, che ha portato però una sorta di salvagente alla franchigia di D-ori-an Gilbert: la prima scelta dei Nets (17 vinte, 29 perse al momento), da utilizzare qualora LeBron decida di portare un’altra volta i suoi talenti da qualche altra parte (Houston?), per non dover ricominciare ancora una volta dalle macerie di un roster per la maggior parte disfunzionale. Le cronache recenti tuttavia danno Cleveland invischiata pesantemente in nuove discussioni di mercato. Marc Stein del New York Times parla della possibilità di scambiare per DeAndre Jordan coi Clippers, ma anche dell’interesse per Lou Williams. Koby Altman (sì, perché nel frullatore in questi anni è finito anche il vecchio GM David Griffin, oltre al Coach David Blatt. Chissà cosa sarà di Lue?) ha messo sul piatto in “varie proposte di scambio” JR Smith e Tristan Thompson. Si segue pure George Hill, dei Kings. Ricapitolando, i Cavs si sono accorti a metà stagione di non essere abbastanza competitivi e sembrano interessati a un rim protector, a un tiratore e a un 3&D, peraltro nel ruolo di playmaker, oltretutto a suo agio anche lontano dalla palla. Nulla di nuovo. Le altre dovrebbero chiedere in cambio la prima scelta di Brooklyn al prossimo draft. Anche qui, nulla di nuovo. O forse sì, visto che a giugno LeBron potrebbe salutare tutti?

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Immagine di copertina: © garygraffix.com

Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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