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KD: hai vinto tu

Dietro alla vittoria dei Golden State Warriors (2° titolo in 3 anni di finali consecutive contro Cleveland, con la sconfitta arrivata solo in gara 7 lo scorso anno, buttando via un vantaggio di 3-1 nella serie e perdendo 2 delle ultime 3 partite in casa) c’è chiaramente un personaggio, un giocatore determinante e che ha fortemente voluto questo anello. Il primo, per ora, della sua carriera.

Scontato che questi sia Kevin Durant. KD ha scelto di andare a vincere il titolo nella Baia. Poteva restare a OKC, poteva andare a Boston. Oppure poteva – come malignamente sostiene qualcuno – “comprarsi” un titolo, e così ha scelto di fare la scorsa estate. Non che la vittoria fosse scontata, anzi. Però qualcuno è riuscito anche a sostenere come la difficoltà di inserire Durant in un meccanismo perfetto ed oliato come quello dei Warriors fosse cosa non banale e per questo da elogiare e meritevole del circoletto rosso di rinotommasiana memoria.

Are you kidding me?

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Kevin Durant è la meno egoista tra le superstars NBA dell’ultimo lustro, se non oltre. E’ un giocatore che non vuole la palla in mano, che è abituato alla gestione di altri compagni (Westbrook), che sa crearsi un tiro con poco, che sia dal palleggio o sul catch & shoot. Quale difficoltà avrebbe avuto lo staff di Golden State? Dovete spiegarmelo…

E’ palesemente un tentativo di farla più complicata di quello che effettivamente è stata, e non ne vedo la ragione e la necessità. Durant – da professionista e… uomo libero – aveva la facoltà di scegliere dove proseguire la carriera, con un solo anno di contratto e la possibilità di vedere come andavano le cose, confermare ora la sua permanenza ai Warriors o ricambiare squadra. Opterei per la prima ipotesi perchè in questo caso il “what if” legato a una sconfitta di Golden State non è contemplabile.

Oltre all’attacco e alle incredibili capacità tecniche del #35 aggiungerei una voglia ritrovata (o trovata per la prima volta in carriera) di mettere le proprie caratteristiche fisiche – quindi agilità e velocità di piedi abbinate ad altezza e lunghezza braccia – a disposizione anche nella propria metà campo. Se sommiamo le “due fasi” ne viene fuori un giocatore che ha contribuito da MVP, come giustamente premiato, nella vittoria sui Cavs, con molta più facilità del previsto…

Il cap aiuta per ora la formazione di così detti Superteam, ma è una fase provvisoria, perchè con la scadenza dei vari giocatori in giro per la lega, i rinnovi di tutti a cifre più alte rispetto al precedente contratto, riporteranno la situazione in equilibrio. Al momento è normale e comprensibile, per quanto da un lato criticabile, che chi sente il suo “momentum” e vuole provare a portare a casa un anello, si butti sui migliori giocatori disponibili. Non è più l’NBA di una volta dove gli All-Stars volevano competere uno contro l’altro e non giocare per la stessa franchigia? Probabile si possa generalizzare con questa considerazione, ma così è, nell’anno di grazia 2017.

Steph e i suoi fratelli

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Il resto dei Warriors ha saputo portare alla causa il solito contributo, Klay Thompson a parte per discontinuità in quello che sa fare meglio (tirare). La panchina si è dimostrata nuovamente profonda e decisiva con i vari Iguodala e Livingston su tutti, e con forse la possibilità di vedersi privati di Draymond Green per una partita (in vari episodi meritava obiettivamente un secondo tecnico / flagrant / squalifica) il resto come detto è filato tutto liscio, anche troppo. I Cavs non hanno saputo opporre una resistenza sufficiente se non a impedire il record di 16-0 nei playoffs agli avversari, portando a casa gara 4, e tornando sull’1-3 che ricordava la situazione dello scorso giugno. Ma quest’anno le cose erano completamente diverse, e Cleveland non aveva alcuna chance di entrare sottopelle ai Warriors, come fatto in passato, e tentare la conseguente rimonta. anche perchè le condizioni fisiche di Curry non erano quelle delle Finals 2016, e tutti gli altri avevano solo l’obiettivo di vendicare la sconfitta della scorsa stagione o (e chi non lo vorrebbe?) di far contenta la mamma…

One man franchise

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LeBron James è…troppo. E’ troppo come ingombro per una franchigia che ormai vive in assoluta simbiosi con la sua stella più luminosa. Il risultato delle Finals, non come punteggio ma come andamento, è qui a dimostrarlo.

Non si può essere giocatore, allenatore, GM, tutto in un’unica persona, per quanto talentuosa. Bryant era un “rompipalle”, Jordan ancora di più, ma avevano entrambi Phil Jackson e un signor staff tecnico alle spalle, Tex Winter su tutti, e un front office capitanato rispettivamente da Jerry West prima e Mitch Kupchak poi, e Jerry Krause.

Come la colpa per le esagerazioni dei figli è spesso imputabile ai genitori, così non mi sento di condannare LeBron che per vincere, e per vincere a Cleveland, darebbe qualsiasi cosa. La colpa è di chi non riesce a tenerlo al suo posto, siamo sinceri! Ora il GM David Griffin è stato licenziato, si vocifera di Chauncey Billups come sostituto, uno che – grandissimo sul parquet – dietro alla scrivania sarebbe come l’alunno al primo giorno di scuola. Ma che decisione eh?

In tutto questo LeBron l’anno prossimo sarà free-agent e ha già fatto l’occhiolino a LA (quale sponda?). Saputo di questo Kyrie Irving ha chiesto di venir scambiato. Love è costantemente sul mercato. Forse però arriva Paul George per un anno…ARE YOU KIDDING ME (e due)?

La lotta per l’est

Mentre ad ovest del Grande Fiume continuerà presumibilmente l’egemonia di Golden State (se non comincia a perdere pezzi difficilmente sostituibili, vedi Iguodala possibile partente nella free agency), arrivo di Chris Paul agli Spurs permettendo, ad est la lotta sembra animarsi.

I Celtics dopo la stagione da record di conference e l’approdo alle finali dell’est, con gli assets a disposizione di Ainge e il proprio nome inserito d’obbligo in ogni rumors, da qui al draft di domani notte, ma sicuramente anche dal 1° luglio in avanti, si sentono seri candidati nel succedere al Re.

Washington a questo punto ha altrettante possibilità, mentre Atlanta – delusionissima dei playoffs appena terminati – si libera di Howard e prova a essere ancor più in corsa la prossima primavera. E tante altre cose succederanno tra draft e free agency, tali da far avvicinare le potenziali contenders dell’Atlantico ai Cavaliers.

Cavs che potrebbero smembrare tutto o che invece potrebbero (com’è più che probabile) ritentarci per un altro anno con ‘Bron e Irving a menare le danze, e magari assemblando un roster davvero funzionale alle caratteristiche del proprio giocatore di riferimento (tripla-doppia alle Finals, in ogni caso) soprattutto nella metà campo difensiva. Troppe amnesie, nessuna pressione sui gestori della palla, Green in primis, troppa transizione concessa ai Warriors che se si accendono poi ti sotterrano nel giro di 4-5 possessi. E non li recuperi più, senza defensive-stops e con i tiratori con i quali hai riempito il roster perchè pensavi fossero il tipo di giocatore essenziale da affiancare a James, e che invece con le polveri bagnate il più delle volte non ti hanno dato quanto ti aspettavi da loro e dal pedigree che si portano dietro, Korver su tutti.

Sarà una calda estate, per tantissime franchigie, e il periodo per quel che riguarda la nostra redazione si sta rivelando più divertente di quanto lo siano stati gli ultimi playoffs, deludenti come non mai se non si considerano forse un paio di serie, non di più. Che le squadre si attrezzino, scelgano, scambino, facciano un po’ quel che ritengono giusto perchè tutti gli appassionati si meritano – dopo 82 non sempre esaltanti repliche – un finale di stagione migliore di quello 2017.

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Andrea Pontremoli

Andrea Pontremoli

Ex-giocatore e poi allenatore di settore giovanile, collaboratore dal 2005 e in seguito capo-redattore NBA per All-Around.net. Partecipa con un suo racconto al libro "All-Around: 12 storie 1 passione" (Orizzonti Editore) ed è autore del testo "Il triangolo sì...io lo rifarei" sullo studio e l'utilizzo della Triple-post Offense di Coach Tex Winter.

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