Nikola Vucevic

Most Improved Center: Nikola Vucevic

Prima che la regular season prendesse il via, il reparto Centri (e parliamo qui di centri puri, escludendo quindi Davis e Love, per quanto in questo senso si potrebbe discutere sul ruolo di Bosh) presentava fondamentalmente 6 certezze al vertice:

  1. Dwight Howard: 18.3 punti, 12.2 rimbalzi, 59% al tiro, 1.8 stoppate, 1.8 assist (stagione 2013-2014). Secondo molti il Superman di Orlando non è più tornato. Nonostante oggi secondo molti la sua simpatia sia paragonabile a quella che Obama prova per Edward Snowden, le sue statistiche continuano a parlare chiaro.
  2. DeMarcus Cousins: 22.7 punti, 11.7 rimbalzi, 49% al tiro, 1.3 stoppate, 2.9 assist (’13-’14). Mix di talento e fisico secondo a pochi, lucidità mentale troppo spesso paragonabile a quella di Lamar Odom al sesto gin-lemon. Questa è stata a lungo la considerazione di DMC prima del salto di qualità della stagione in corso che lo ha reso il pivot più dominante della Lega.
  3. Joakim Noah: 12.6 punti, 11.3 rimbalzi, 47% al tiro, 1.5 stoppate, 5.4 assist (’13-’14). Punto di forza dei Bulls, personalità e grinta da vendere, inserito nella scorsa stagione sia nel miglior quintetto generale sia nel miglior quintetto difensivo, miglior assist-man nel suo ruolo. Quest’anno ha iniziato col freno a mano tirato per via di alcuni problemi fisici non completamenti risolti.
  4. Chris Bosh: 16.2 punti, 6.6 rimbalzi, 1.0 stoppate, 1.1 assist (’13-’14). L’ex membro dei big three di Miami ha barattato due titoli con un peggioramento delle statistiche che lo avevano reso grande a Toronto. Con l’addio di Lebron e con D-Wade a mezzo servizio, il lungo nativo di Dallas è tornato ad essere il fulcro della squadra e quest’anno sta viaggiando a numeri decisamente superiori.
  5. Al Jefferson: 21.8 punti, 10.8 rimbalzi, 1.1 stoppate, 2.1 assist. Big Al continua ad essere solido come una quercia e affidabile quanto il vecchio nokia 3310, peccato che al momento non si possa dire lo stesso dei suoi Hornets.
  6. Marc Gasol: 14.6 punti, 7.2 rimbalzi, 1.3 stoppate, 3.6 assist. Mentre lo vedevo impegnato a distruggere i Clippers mi è venuta in mente la sua foto di ragazzo sovrappeso e ho pensato che potrebbe rappresentare un perfetto esempio di speranza per il genere umano.

Al di là di questi sei nomi, considerando come centri di sicura affidabilità i vari Jordan, Gortat, Hibbert, Chandler, Horford, Pekovic e Brook Lopez (gli ultimi quattro caratterizzati da una certa tendenza agli infortuni), le maggiori aspettative erano concentrate su Andre Drummond, il centro dei Detroit Pistons che dopo due anni di esperienza – l’ultimo dei quali contraddistinto da 13.5 punti e 13.2 rimbalzi di media – era atteso alla consacrazione definitiva. Dre, invece, ha finora deluso – insieme alla sua squadra – mostrando un netto calo alla voce “punti realizzati”  (ora 8.7 di media) e “percentuali al tiro” (passate dal 62 al 39%).

In compenso, c’è un altro giovane pivot che in punta di piedi e con poco clamore intorno sta registrando numeri davvero importanti: Nikola Vucevic. 213 cm per 118 chili, 24 anni compiuti lo scorso ottobre, il centro dei Magic nelle prime 16 partite ha realizzato la media di 19.3 punti, 12.2 rimbalzi, 1.0 stoppata, 2.3 assist e il 52% al tiro (addirittura il 100% da dietro l’arco grazie ai due tiri su due messi a segno). Il montenegrino è inoltre stato autore di 11 doppie doppie, di un season-high da 33 punti contro gli Heats, nonché di 23 rimbalzi nella prima partita contro i Pelicans,  numero che ha segnato il record di franchigia relativo al match d’esordio. Non era tuttavia la prima volta che Nikola infrangesse un record: nel 2013 contro gli Heat di LeBron collezionò 29 rimbalzi, il numero più alto della franchigia in cui hanno giocato centri come Dwight Howard e Shaquille O’Neal.

Una delle armi principali di Nik che lo rende diverso da tanti suoi omologhi è il tiro dalla media distanza, come dimostra la parte sinistra della shot-chart nell’immagine in basso (aggiornata al 19 novembre, partita giocata contro i Clippers in cui il pivot ha messo a segno 19 punti, 14 rimbalzi e 57% dal campo). Attualmente il suo mid-range shot dice 48.1%, con numeri non molto diversi fra i jumper compiuti nella zona compresa fra gli 8 e i 16 piedi di distanza dal canestro (46.9%) e quelli compiuti fra i 16 e i 24 piedi (49.1%), mentre possiamo rilevare – grazie all’immagine in basso – qualche differenza fra la parte a sinistra e quella a destra del canestro: in quest’ultima le medie di tiro sono leggermente peggiori.

Shot-chart di Nikola Vucevic: quella a sinistra è relativa all'anno corrente, il grafico di destra si riferisce ai numeri della scorsa stagione

Questa peculiarità va quindi tenuta in conto quando si valutano le percentuali di realizzazione del centro dei Magic in riferimento a quelle degli altri omologhi. Se Vucevic vanta, come abbiamo detto, un 52.6% totale e un 47.6% col mid-range, in questo senso ritroviamo Dwight Howard con 57.5% tot. e 50% m-r. (poco indicativo perché basato su un tiro realizzato su due tentativi); DeMarcus Cousins con il 51.9% tot. e 37% m-r.; Marc Gasol con il 50% tot. e il 42.3% m-r.

Ma Nikola Vucevic non si limita solo a questo; non è un lungo dotato tecnicamente ma deficitario sotto canestro come un Bargnani o un Olynyk (con le dovute proporzioni fra i due e i margini di miglioramento del canadese). Il montenegrino è infatti una macchina da doppie-doppie (finora ne ha messe a referto 12 su 16 partite a disposizione) ed è stato uno dei cinque giocatori a superare la media di 10 rimbalzi a partita in entrambe le ultime due stagioni (gli altri sono Noah, Love, Randolph e Howard). Attualmente Vuc – come lo chiamano i telecronisti di casa – è il primo in assoluto per numero di rimbalzi totali (195), superato di pochissimo da DMC per la media di rimbalzi a partita (12.3 contro 12.2); è il terzo per possibilità di rimbalzo a partita (17.9), dimostrando quindi un’ottima lettura della situazione (il primo è, ovviamente, la calamita Randolph); scivola invece in 17° posizione per il numeri di rimbalzi vinti quando contestati con un avversario (dove per “contestato” si intende la presenza dell’avversario nel raggio di 3.5 piedi), a causa probabilmente della mancanza di quell’atletismo e aggressività tipici di un Davis, di un Cousins o di un Howard (terzo, quest’ultimo, a pari merito con Tim Duncan). Il montenegrino raggiunge questi ottimi risultati sotto canestro grazie ad un fiuto e una tempistica innati, ad un alto e costante livello di concentrazione, oltre che ad un’ottima tecnica (da notare come non perda mai di vista l’avversario e lo tenga sempre a contatto aiutandosi col braccio). Sui rimbalzi offensivi, poi, è dotato di mani veloci, riuscendo a sfruttare con efficienza anche quella debole. Sebbene non si tratti affatto di un centro bradipesco - è terzo in assoluto per distanze percorse a partita, con 36 miglia coperte alla velocità di 3.8 miglia orarie, a conferma di un’ottima mobilità per un atleta della sua stazza – Vucevic manca di esplosività, pertanto, alla voce stoppate presenta numeri ampiamente nella norma, tanto che sull’attacco dell’avversario difende spesso a piedi a terra, limitandosi a tenere le braccia alte (elemento da non sottovalutare, vista l’elevata apertura alare).

Per quanto riguarda l’attacco in post, Vucevic presenta un bagaglio variegato ed efficace, dal momento che muove i piedi in maniera armoniosa e consapevole, dispone di mani educate e vanta un fisico robusto che può sfruttare nel gioco spalle a canestro. Sui tentativi condotti nella restricted area ha ricavato finora il 66% di realizzazioni, mentre negli attacchi dal pitturato fuori dalla r.a. la percentuale di successo si abbassa al 35.9%. Con il gancio ha messo a segno il 31% dei tentativi, mentre col tip siamo al 44%. Il lungo dei Magic vanta inoltre un alto Q.I. cestistico, un’ottima comprensione del gioco e una buona visione che lo porta a siglare una media di assist superiore a tanti colleghi di reparto. E’, infine, sempre puntuale sul pick-and-roll e utilissimo nel pick-and-pop grazie alle sue abilità balistiche (50% col catch-and-shoot), le quali, ovviamente, lo rendono anche un ottimo tiratore dalla lunetta (79% di media fino ad ora).

Strive for greatness

Se nel salto di qualità di ogni atleta incidono senza dubbio numerosi fattori, mentali in primis, Vucevic ha menzionato in diverse interviste il duro allenamento condotto nell’ultima off-season:

«Mi sento molto bene. Credo di non essermi mai sentito così in forma, non a caso mi sono preparato bene durante l’estate. Sono contento di essere riuscito finalmente ad allenarmi come volevo e che ciò mi abbia aiutato nell’inizio di stagione»

Vuc afferma che a livello fisico ha lavorato molto sul nuoto, sulla muscolatura e sul rafforzamento delle caviglie. A livello tecnico si è invece focalizzato in particolare sul tiro «al fine di sviluppare un tiro affidabile e una percentuale di realizzazione costante». Ovviamente il montenegrino non si è limitato solo ai jumper, ma si è preoccupato di migliorare il gioco in post, l’up-and-under e l’uno contro uno, in particolare per riuscire ad utilizzare la sua velocità, che lui stesso definisce «piuttosto interessante per un pivot di 212 cm» e che potrebbe risultare molto utile con gli avversari più forti sul piano fisico.

Dicono di lui

Nelle ultime settimane in NBA sono state indirizzate diverse lodi a Vuc. Doc Rivers, allenatore dei Los Angeles Clippers, ha dichiarato:

«Vucevic è un all-star e un giocatore formidabile. Probabilmente è il migliore fra i cestisti meno noti della Lega. Nessuno ne sente mai parlare, ma se andiamo a guardare le sue statistiche sono numeri da all-star, anche se nessuno lo sa»

Erik Spoelstra, prima del match fra Orlando e i suoi Heat (in cui Vuc ha realizzato 33 punti) lo aveva profeticamente definito «an heckuva player», un diavolo di giocatore, per sottolinearne l’efficacia e il pericolo che rappresenta per gli avversari. «Ormai non è più solo un giovane talentuoso, quanto un ottimo cestista dell’NBA», ha proseguito l’head coach di Miami. «Non c’è nulla che non sappia fare. E’ un gran tiratore, un ottimo passatore e, ovviamente, un efficente giocatore da post».

Alle lodi degli allenatori si sono aggiunte anche quelle di numerosi colleghi, su tutte quelle di una leggenda come Patrick Ewing: «Mi piace molto questo ragazzo. Sa tirare dalla distanza ma è bravo anche spalle a canestro. Deve migliorare in difesa ma può farcela».

Anche i rivali, tuttavia, ne riconoscono il valore. Chris Bosh ha dichiarato: «E’ un giocatore davvero completo, dotato di numerose abilità. Usa sia la mano destra sia la sinistra, ha un buon ball-handling ed ha un gran talento al tabellone, è uno dei migliori rimbalzisti della Lega». Ma nessuno meglio di Demar DeRozan, suo compagno di squadra nel 2008 alla University of Southern California (USC), può rendersi conto dei suoi miglioramenti: nonostante allora avesse solo 17 anni e parlasse poco per via di un inglese ancora grezzo, le sue qualità tecniche e il talento al tiro erano già evidenti:

«Lui è un grande. Ai tempi dell’università era molto giovane, più che altro cercava di entrare nei meccanismi di gioco americani, tutto era così nuovo per lui. Vederlo crescere e diventare un uomo è una bella sensazione»

Bio

Nikola Vucevic nasce il 24 ottobre 1990 a Morges, in Svizzera. Entrambi i genitori, Borislav e Ljiljana Mugosa, sono stati cestisti professionisti che hanno militato nella nazionale jugoslava: il primo ha vinto una Coppa dei Campioni nel 1979 con il Bosna Sarajevo ed ha partecipato agli Europei del 1985 in squadra con Drazen Petrovic; la Mugosa ha vinto l’oro alle olimpiadi del 1984. Nel 1987 la famiglia Vucevic si trasferisce in Svizzera perché Borislav firma con il Losanna Basket e qui nasce Nikola, il secondogenito. Dopo due anni il padre cambia di nuovo squadra e questa volta si trasferiscono in Belgio, dove rimangono per 10 anni, tanto che per Nik il francese è lingua-madre quanto il montenegrino. Tomas Van De Spiegel racconta che già a 6 anni il piccolo Nikola non si separava mai dalla palla a spicchi, era più alto dei pari-età e dimostrava una certa attitudine per quello sport (nonostante all’inizio giocasse anche a calcio); quando gli chiese come mai non giocasse in una squadra, il bambino gli rispose: «Perché papà non vuole». Boro voleva infatti che il basket fosse per il figlio solo un divertimento, senza la pressione dei risultati; quando sarebbe stata l’ora di passare all’agonismo, sarebbe stato lui stesso ad allenarlo. Ed in effetti così è stato: a 44 anni chiude definitivamente col basket giocato, torna con la famiglia nella città natale, Bare qui diventa l’allenatore della squadra di un Nikola ormai 12enne che ha definitivamente deciso di puntare al professionismo e provare a diventare forte quanto il papà. Nik di lui dice:«Era un gran tiratore, mancino, atletico, saltava molto in alto, era veloce e giocava con grande energia». E questo non si può di certo negare, visto che il longevo Boro non ha mai saltato un match ufficiale. Tuttavia Vucevic senior si accorge presto che il figlio ha un gran potenziale, maggiore anche a quello che possedeva lui da giovane, ma non per questo gli fa sconti, anzi – da bravo “maniaco” dell’allenamento – gli dice chiaro e tondo che rappresenterà il ruolo di padre solo fuori dalla palestra. Così Borislav mette a dura prova Nikola, lo sgrida quando sbaglia, lo incita sempre a far meglio e non si risparmia minimamente neanche negli uno-contro-uno:

«Man mano che diventavo più bravo e robusto, lui iniziava a barare. A quel tempo mi faceva davvero arrabbiare, ma oggi so che l’ha fatto solo per il mio bene. Lui ha giocato 24 anni e mi ha insegnato tutto quello che devo sapere su questo sport. Se non giocavo bene o avevo bisogno di parlare con qualcuno, lui era sempre lì per dirmi come migliorare»

Nel 2007 Vucevic è eletto miglior giovane del Montenegro. Guidato dall’ambizione e non nuovo ai cambiamenti di residenza, decide di fare il grande passo trasferendosi negli StatesQui si iscrive alla Stoneridge Prep School di Simi Valley (California) e dopo sette mesi l’allenatore Tim Floyd lo chiama alla University of Southern California. I problemi di ambientamento – «la vita qui è molto diversa rispetto all’Europa, è tutto più veloce e io ho dovuto imparare a fare tutto più velocemente» – e i ritmi alti del basket americano rendono complicato il suo primo anno all’USC (2.6 punti e 2.7 rimbalzi di media nelle sue 23 partite, di cui solo tre giocate dall’inizio). Ma l’etica del lavoro insegnatagli dal padre vengono in suo soccorso, Nikola in estate lavora duro, si irrobustisce fisicamente, migliora nel gioco spalle a canestro e affina il suo talento al rimbalzo. Non a caso agli Europei under-20 è il miglior rimbalzista. Nella stagione 2009-2010 Vucevic viene collocato nel quintetto di partenza nel ruolo di ala grande e le sue prestazioni migliorano nettamente, tanto da chiudere l’annata come leader di rimbalzi e Most Improved Player della Pac-10. Nella stagione da junior (2010-2011) Vucevic viene responsabilizzato diventando il riferimento della squadra, ma risponde bene (17.1 punti e 10.3 rimbalzi di media) e viene nominato nel quarto quintetto All-America e nel primo quintetto ideale della Pac-10. Nel marzo del 2011 annuncia che avrebbe rinunciato al suo anno da senior dichiarandosi eleggibile al Draft  del 2011, dove viene scelto dai Philadelphia 76ers alla 16° chiamata. Dopo il tormentato inizio stagione dovuto al lockout (durante il quale Nik va a giocare in Montenegro per il Boducnost Podgorica), Vucevic entra stabilmente nelle rotazioni di coach Collins, almeno fino all’all-star game. Successivamente viene soppiantato da Lavoy Allen, tanto che nei playoff gioca solo per 3 minuti. Collins giustifica la scelta dicendo che il montenegrino è troppo stanco e non abituato ad una stagione così lunga. Vucevic non obietta minimamente e anzi dichiara che avrebbe fatto tesoro di ciò che aveva imparato fin lì per migliorare nella stagione successiva. Ma a sorpresa Nik viene coinvolto nel maxi scambio che coinvolge Sixers, Nuggets, Magic, Lakers e che lo vede finire ad Orlando. Qui si afferma sin dal primo anno, partendo da titolare in tutte le partite giocate e cercando di far dimenticare Dwight Howard con un’ottima media di 13.1 punti, 11.9 rimbalzi, 1.9 assist e 1 stoppata. Nel 2013-2014 Nik mantiene tendenzialmente questi numeri, migliorando in particolare nella percentuale dalla lunetta, ma salta 25 partite a causa di diversi infortuni.

Nikola è un appassionato di calcio, tifa Juve (ahimè), gli piace giocare a Fifa 15 e d’estate nuota per tenersi in forma. Ma ciò che lo caratterizza in maniera particolare è il fatto che in campo mostri sempre la stessa espressione, che vinca o che perda, che metta a segno 29 rimbalzi o che sia autore di una pessima media al tiro, roba da far impallidire Ryan Gosling ed ogni giocatore di poker. Lui afferma che per timidezza mantiene un profilo basso con chi non conosce, mentre ama scherzare con amici e compagni (Fournier e O’Quinn in particolare). In realtà si porta dentro un trauma che forse ha qualche influenza sul suo atteggiamento in campo. Nel gennaio 2006 la squadra in cui gioca l’allora sedicenne Nikola si ritrova nelle montagne del nord per la preparazione post-natalizia agli ordini di coach Borislav. Il 23 si rimettono in treno, nel primo vagone, per tornare a casa. Ad un certo punto il treno si ferma, forse per rispettare una coincidenza, ma Nikola vede che il macchinista si dirige verso la parte posteriore del treno. Dopo una lunga sosta il treno riparte, ma pian piano inizia a prendere una velocità eccessiva, sfrecciando sui binari. La paura inizia a farsi largo sul treno, alcuni sono immobilizzati per il terrore, altri urlano. Una volta giunta nei pressi della città di Bioce la locomotiva deraglia, il vagone in cui si trova Vuc fa un giro su se stesso ma atterra fortunatamente nel verso giusto. I ragazzi si guardano attorno, a parte le ferite sembrano stare tutti bene. Tutti tranne uno, Milosav Zugic, una delle 45 vittime del disastro(da allora ogni anno gli viene dedicato un torneo di basket nella città di Bar). Oggi, forse, quando Nik gioca male e non si dispera, in cuor suo sa che non è la fine del mondo, che si tratta solo di una partita di basket e che le ragioni per imprecare sono ben altre.

Giuseppe Marchiggiano

Giuseppe Marchiggiano

Nasco nel 1987 in provincia di Palermo, amo il mare e nella mia esistenza passata sono stato un dugongo fino a quando non ho perso la vita rimanendo incastrato fra l’iceberg e il Titanic. Mi sono specializzato in Relazioni Internazionali all’Università di Siena con una tesi di diritto internazionale sui “vostri” Marò. Ho più interessi che soldi in banca, «mi innamoravo di tutto» diceva qualcuno. Un bel giorno di aprile 2014 incappo in un recap di un match NBA e mi chiedo come ho fatto a perdermi per tutti questi anni quello che oggi ritengo lo sport più bello del mondo. Per questo enorme ritardo chiedo ogni giorno perdono a Diaw scrivendo “Giannis Antetokounmpo” in tutte le lingue del mondo.

 
1 commento
  • Luca scrive:

    Ciao Giuseppe,

    quando vivevo a Losanna giocavo con Boro ero bravo sopratutto in difesa e l’unica volta che in tre anni di allenamento a difendere ossessivamente su di lui sono riuscito a stopparlo ho pensato seriamente di smettere di giocare…

    Complimenti per il tuo articolo, descrive perfettamente la famiglia Vucevic e la gioia che leggevo nei loro occhi vedendo il piccolo Nik che cresceva malgrado a casa loro ci fosse la guerra. Descrive bene la capacità di dedicarsi anima e corpo a qualcosa sapendo bene che in fondo le cose importanti sono altre. Un esempio che descrivi come se li conoscessi da sempre. Bravo!

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