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When the going gets tough

…the tough get going. (Said to emphasize that when conditions become difficult, strong people take action - dictionary.cambridge.org)

Chi critica la necessità quasi primordiale di mostrare i muscoli, di essere aggressivi in campo e non, di mettere in scena “la garra” come dicono gli ispanici. Chi tutto questo non l’ha mai avuto dentro, ecco, meglio che taccia. E di esempi ce ne sono, tra addetti ai lavori e tifosi. Ma io resto con chi questo qualcosa in più, oltre alle doti tecniche, lo sa tirare fuori. Poi c’è anche un aspetto scenico? Meglio, siamo nella NBA. Ma tutto viene da dentro, o meglio…dal posto che tutti noi possiamo chiamare casa, per tradurre direttamente dall’inglese, e che spesso non è la villetta con giardino e nemmeno il tre locali di via Washington. Storia trita e ritrita, chissene! La verità (The Truth) è questa, girarci intorno, eluderla con una finta…”just to be faking” direbbe il maestro Tex Winter, è inutile. Quindi all’ennesimo:”Eh ma che bisogno c’è di fare così?!” ritiriamola pure fuori. Il bisogno nasce da lì, dalla strada. Però qualcuno, al di là dell’intro con luoghi comuni assortiti, questo “qualcosa” ce l’ha anche se è cresciuto in Italia, esempio non casuale, con il papà che di lavoro faceva il giocatore professionista di basket. Kobe non era un poveraccio, ma la Mamba Mentality ce l’aveva solo lui. E ce l’aveva KG, The Big Ticket, o conosciuto con il soprannome che più di tutti gli rende giustizia: The Revolution. Sì perchè chi l’aveva mai visto uno così? Giustizia gliel’ha resa anche il titolo del 2008, quando c’era lui a ringhiare dietro la difesa di Coach Tib (Rivers? Seee, buona notte). Troppi atteggiamenti al di sopra delle righe? Troppe antipatie dentro e fuori la Lega? Un gioco non sempre pulito oppure la necessità di essere se stessi, nella vita come su un parquet NBA? In fondo di Michael Olowokandi quanti ne abbiamo visti? Ricchi, viziati, e soprattutto…molli! Dio che schifo! Come si fa a giocare a basket così? Che cosa criticate allora, se poi le lamentele per i giocatori delle vostre squadre che nemmeno sanno più fare un fallo deciso – non cattivo – quando serve, arrivano fino alle cuffie di Santa Giulia, con i microfoni di Murdoch a farne da parabolici ripetitori? Nella prossima vita prendete Kevin Garnett nella vostra squadra e ne riparliamo. Come non si può non amare un basket fatto di questa intensità, giuro, non l’ho mai capito. Negli anni ’90 ad esempio se le davano di santa ragione, oh se se le davano. Miami vs New York, chi se le ricorda? Tutti noi. Indietro ancora: Bulls vs Pistons, le Jordan Rules, siamo allineati vero? Perchè se no urge rapido il ripasso. Nessuno (ripeto: NESSUNO!) venga a dire che quelle squadre non giocavano bene, che non c’erano stelle, che non c’era spettacolo. Falsità al servizio dell’auto-convinzione di chi, forse lui per primo, con un pallone da basket in mano è sempre sembrato molliccio anzicheno. Nemmeno nella danza (col massimo rispetto) si può essere mollicci, figuriamoci su un campo da pallacanestro. Preferite il lancio del peso dai 9 metri (siamo a 50 tiri da tre punti a partita ragazzi, ce ne rendiamo conto?) e uno a cui fischiano fallo a favore solo se gli sfiorano la barba? Io no, penso si sia capito e – per chi ha avuto la sventura di leggermi altre volte – non da oggi. Non è nemmeno questione di “si stava meglio quando si stava peggio” o altre frasi fatte del genere, perchè in questo caso come si può dire che prima era peggio? Era un basket diverso, vero, ma non per questo “vecchio” nel senso più negativo del termine. Anzi… Che ognuno tiri l’acqua al mulino delle proprie convinzioni, beh è cosa che accade quotidianamente, in tutti i frangenti delle nostre vite. Ma c’è l’evidenza dei fatti, quell’oggettività che chi critica – soprattutto se lo fa di mestiere – ritiene vada raggiunta estraniandosi da ogni forma di tifo e simpatia per questo o quello. Difficile farlo, e soprattutto: non vedo perchè farlo. E di nuovo: non vedo perchè dirlo quando poi in realtà non lo si fa. Ma questo è altro discorso. Quel che mi interessa oggi è essere meno politically-correct possibile, e penso di riuscirci.marcus-smart Nell’hockey è normale che a un certo punto almeno due giocatori (possibilmente avversari tra loro…) inizino a darsele di brutto. Oh, se non succede la gente chiede indietro i soldi del biglietto eh? Ah, sti canadesi… Ah no, sono anche americani, anzi…forse più americani che canadesi. Poi c’è il football, dove nonostante il livello di contatto fisico e l’adrenalina indispensabile per partecipare a questo giochino al livello più alto e intenso che esista (NFL) nessuno si mette mai le mani addosso. Poi dicono, lodandolo, del “nostro” rugby, dove a volte – guarda un po’ – si vedono delle porcate (in)degne di altri palcoscenici. Ma non importa, acqua e mulino, ricordate? Il basket, soprattutto NBA, ha sempre vissuto in una via di mezzo tra hockey e football. Quante volte da ragazzi, almeno quelli della mia età, abbiamo sentito dire che gli europei non potevano giocare in NBA perchè sarebbero andati irrimediabilmente sotto in fatto di muscoli? Talmente tante che ne ho perso il conto. Poi non è che i così detti “internationals” han smesso di fare quello che gli riusciva meglio (uso dei fondamentali), anzi. Semplicemente hanno saputo alzare il livello d’intensità del loro gioco. Drazen, tra i primi, uno competitivo come pochi, che non le mandava a dire, che del trash-talking ha sempre fatto un marchio di fabbrica, di qua e di là dall’oceano, senza distinzione alcuna tra capacità tecniche, sbruffonaggine, testosterone. Perchè era così, il Mozart dei canestri, ma oggi si tende a dipingerne diversamente il ricordo, dopo la tragica e più che prematura scomparsa. In fondo il primo soprannome non era Mozart ma “il diavolo di Sebenico” e un motivo – più di uno per dirla tutta – ci sarà stato… In conclusione: come lo vediamo sto basket NBA nel 2018? Come lo vorremmo soprattutto? Nella Lega, solo in questa stagione, sono entrati alcuni giocatori che stanno dimostrando come l’accoppiamento intensità (chiamiamola così per sintetizzare e unire vari aspetti e concetti in un unico termine) e skills tecniche possano ancora coesistere e anzi, debbano coesistere, se vogliamo che questo spettacolo che tutti noi adoriamo non diventi davvero la versione a squadre del tiro a segno.

Andrea Pontremoli

Andrea Pontremoli

Ex-giocatore e poi allenatore di settore giovanile, collaboratore dal 2005 e in seguito capo-redattore NBA per All-Around.net. Partecipa con un suo racconto al libro "All-Around: 12 storie 1 passione" (Orizzonti Editore) ed è autore del testo "Il triangolo sì...io lo rifarei" sullo studio e l'utilizzo della Triple-post Offense di Coach Tex Winter.

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