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Father and Son

Il padre che sa correggere senza avvilire
è lo stesso che sa proteggere senza risparmiarsi
(Papa Francesco, Udienza generale del 4/02/2015)

Dopo una partita non mi sentirete mai criticare i miei giocatori.
Io non mi nascondo mai, mi piace che loro si sentano protetti.
L’uomo antipatico sono io, l’arrogante sono io,
l’allenatore senza capacità sono io
e per noi questa cosa potrebbe essere molto positiva.
E i miei giocatori sono sempre i migliori al mondo, anche se non lo sono.
(Jose Mourinho)

Eterno dilemma

Argomentare o zittire, comprendere o cazziare, pugno di ferro o fiducia?

L’eterno dilemma del modo di infondere ad una squadra, ad un insieme di giocatori, il perfetto collante e la giusta motivazione credo che mai avrà soluzione. In ogni sport di squadra, nella palla a spicchi in specifico.

Ammiravamo, nelle stesse Fab Four dell’Europeo, il variegato ventaglio di stile, metodi, carisma, età dei coach. C’era l’allenatore “istituzionale” – ma non convenzionale – come Kazlaukas, vecchia volpe del basket nazionale e non, avvezzo ai corridoi delle federazioni; quasi un Deus ex machina  capace di trasferire, con calma – è il caso di dire – olimpica, spirito, gioco ed anima del proprio paese. Di interpretarlo nel profondo. E di convincere anche il fenomeno dominante NBA, il talento in ascesa di Valanciunas, della “necessità” del sistema. Poi Scariolo, il coach straniero, emblema dell’efficienza e della stima conquistata sul campo, maestro nella «gestione». Quasi sottovalutato in tale ruolo, prima che la cocente delusione sul proprio campo, al proprio Mondiale, non convincesse anche gli orgogliosi spagnoli che i fenomeni non basta averli, ma bisogna saperli far convivere. C’era Collet, forse un misto di entrambi, forse un po’ meno rampante, forse un po’ più nerd. La classica ascesa dell’uomo brillante, leader con l’intelligenza, meno col carisma. Vicino, per tipo, al nostro Pianigiani, entrambi peraltro chiamati a scontare la maledizione della “nazionale più forte di sempre” (quanta sciagura in quell’espressione…).

Poi Djordjevic, il giovanissimo ex-giocatore, simbolo e fenomeno del proprio paese, nella motivazione il dato principale del proprio approccio, non disgiunta dalla stima che l’aura della propria forza mentale, espressa fin da quando calcava il parquet, naturalmente ingenera nei propri giocatori.

La volpe, il gestore, il nerd ed il simbolo. Troppo semplice far dipendere il giudizio sull’uno o sull’altro da una vittoria oppure da una sconfitta: se ci piace pensare che la sicurezza di ogni singolo lituano al tiro dipendesse dalla totale fiducia in un sistema, non possiamo dimenticare come l’impatto emotivo e di coinvolgimento degli inizi di Sale, lo scorso anno, sia stato capace di rendere una Serbia fin lì allo sbando la seconda forza mondiale nello spazio di pochi mesi. E se emerge evidente il confronto tra i risultati della Spagna col doppio di NBAers a roster ma senza Scariolo, subito ci appare evidente che solo Collet, con l’impresa del 2013, ha potuto scongiurare l’applicazione alla pallacanestro francese di una significativa variazione al motto rivoluzionario in libertè egalitè incompiutè.

Più in generale, ci pare di poter concludere che, se le selezioni nazionali sempre più devono fare i conti con l’NBA, cercando di carpire i propri prospetti dal massimo campionato americano, d’altra parte il ruolo, il carisma, il lavoro dei coach diventi rilevante in modo nuovo e più intenso, per la necessità di creare una chimica fra giocatori molto diversi, con diversi vissuti e opposti modi di approcciare il gioco. Da qui, la necessità di una classe di coach giovani, moderni, flessibili, attenti al mondo a stelle e strisce; ma al tempo stesso ad alto tasso di leadership, capaci cioè di avanzare proposte convincenti, e di farsi seguire, da ragazzi magari stipendiati per somme pari a 4, 5, 10 volte superiori alla propria remunerazione.

NCAA, il campionato giovane

Riflettendo su tipi, generi, differenze, metodi ed età degli allenatori, la mente è scappata al sistema NBA, o meglio all’approccio USA in generale. E, in particolare, alla NCAA, ossia al luogo dove i futuri fenomeni si giocano proprio la possibilità di diventare tali.

Ci spieghiamo meglio: i ragazzini che arrivano ai campionati universitari già sono in aura di NBA. Sanno di essere al centro dell’attenzione per questo, nonché per l’importanza che il campionato universitario si porta dietro, in termini di considerazione, pressione mediatica, passione. Sanno che dal proprio percorso dipenderà il lustro per la scuola e per lo stesso coach che li ha allevati. Spesso sono stati blanditi, per approdare a questo o quell’istituto. Vi sono, insomma, una serie di elementi ad altissimo rischio per l’allenatore, che potrebbe trovarsi ostaggio delle future stelle, pur se ragazzini appena maggiorenni, e del contorno di aspettative che li circonda.

Allora non è forse un caso che un tale sistema, forse l’esempio maggiore al mondo di valorizzazione dei giovani in uno sport, si regga… sull’anzianità.

Sì, perché gli allenatori dell’NCAA sono – per i nostri standard sportivi, sia chiaro – assai avanzati sia per età che, soprattutto, per permanenza sulle panchine.

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Rimanendo all’ultima Final Four, alla March Madness del 2015,  Mike Krzyzewski, indubbiamente all’apice della carriera in questi ultimo decennio (guida la nazionale maggiore dal 2006), è un ragazzino del 1947, ed è a Duke dal 1980. Tom Izzo allena Michigan State dal 1995, ma fin dal 1983 ne è stato vice-allenatore. Bo Ryan, coetaneo di “Coach K”, è a Wisconsin da una vita, dal 1976, tranne una brevissima parentesi a Milwaukee (1999-2001). John Calipari, che nella serie A italiana sarebbe tra i più vecchi con i suoi 56 anni, è una sorta di enfant prodige. Insieme al “conterraneo” Rick Pitino, altra leggenda, di stanza nella vicinissima e rivalissima Louisville (l’Università del Kentucky ha sede a Lexington), ha un garantito fino al 2021. Pitino, in realtà, al 2022. E, visto come si “amano” i due, non escludiamo abbia preteso l’anno in più appositamente.

I coach universitari finiscono presto nella mitologia cestistica,  molto prima e molto di più che gli allenatori NBA. Divengono, grazie alle lunghe permanenze nelle panchine universitarie, veri e propri punti di riferimento, così come i loro tipici stili di gioco. Spesso il rapporto di forza è del tutto invertito, in quanto sono gli atleti che si fanno attrarre dal nome, cercano chi dia più garanzie di poterli plasmare a futuri campioni. Da questi grandi saggi, le giovanissime promesse dei cesti cercano principalmente la preparazione e la visibilità necessaria a lanciarli nel firmamento.

Probabilmente l’età, l’esperienza, lo stile di gioco consolidato, una certa aura di “santità cestistica” è l’unico o comunque il migliore contrappeso al carico da star che i giovani universitari si portano dietro.

Dean e Tark

In tale contesto spesso il rapporto che si crea fra l’allenatore e i suoi ragazzi si avvicina prepotentemente alla paternità.

Le dipartite, in Marzo, di due fra i più grandi offre notevoli spunti di riflessione.

Prima se n’è andato Dean Smith, storico coach di North Carolina, colui che plasmò Michael Jordan. A distanza di poche settimane, lo ha seguito Jerry Tarkanian, il “Rebel” che condusse e mantenne la UNLV, l’Università del Nevada e Las Vegas, per anni ai vertici della NCAA, riuscendo pure a conquistare un titolo nel 1990.

In apparenza, il giorno e la notte. Brav’uomo, specchiato e splendido, dal gioco controllato, dalla faccia pulita, esempio di rettitudine e forgiatore di bravi ragazzi il primo. Ribelle, mentore dei casi limite, in perenne polemica con la Lega, addirittura sotto inchiesta per anni, il secondo.

Per entrambi, in ogni caso, una serie di ricordi, ove la parola “padre” è stata pronunciata più e più volte da giocatori ed ex-giocatori, al tempo transitati per gli spogliatoi dei due.

MJ e quella copertina…

North Carolina Basketball

Michael Jordan ha specificato subito che, oltre ai suoi genitori, nessuno ha avuto così grande influenza sulla sua vita. “Smith è stato per me mentore, maestro, il mio secondo padre. Mentre mi insegnava il gioco del basket, in realtà mi insegnava a vivere”. Dean – c’è bisogno di dirlo? – fu a North Carolina 35 anni. Tarkanian rimase a UNLV 30 anni, fece poi gli ultimi 7 a Fresno State, e smise nel 2002, lui classe 1930.

Vedere Smith come padre putativo delle centinaia di ragazzi che ha allenato è, in realtà, molto semplice. Si tratta del classico uomo tutto di un pezzo, riferimento “valoriale” indiscutibile ed indiscusso. Il ricordo di coach K è stato significativo: “Il suo dono più grande è stata la sua capacità unica di insegnare come diventare brave persone. Per lui è stato facile, perché era un grande uomo lui stesso. Tutti i suoi giocatori hanno tratto notevole beneficio dai suoi insegnamenti di basket, ma ancora di più dalla sua capacità di forgiare uomini di integrità, onore e determinazione. Questi soprattutto sono gli insegnamenti che vivranno per sempre in tutti coloro che sono venuti a contatto con lui”.

Smith approdò a North Carolina dopo un grave scandalo, esattamente per le sue doti morali, oltre che tecniche; e lì rimase pressoché fino alla fine dei suoi giorni. Fu il primo a offrire una borsa di studio dell’ateneo ad un giocatore di colore. Fece epoca per la sua insistenza nel pretendere che, nella carriera sportiva, il reddito scolastico non fosse messo in secondo piano. La quasi totalità dei suoi ragazzi riuscì a laurearsi. Le leggende raccontano che, prima di ogni allenamento, Dean Smith fosse solito intrattenere i ragazzi con una breve dissertazione sui fatti del giorno, sulla politica, sul mondo, comunicando loro le proprie valutazioni e idee personali. Quasi un filosofo, con i propri discepoli. Dobbiamo a lui l’abitudine ad “attribuire”, in campo, il canestro appena segnato, indicando il compagno che ha fatto l’assist. Valorizzazione reciproca, divenuta la regola su tutti i campi da basket, dall’ultimo playground al parquet delle Finals.

Uomo buono, non certo buonista, se è vero che MJ ricorda ancora quando, appena giunto a North Carolina e già quasi-star, Smith gli negò la presenza alla prestigiosa foto di squadra su Sports Illustrated. Jordan era appena arrivato, non aveva dimostrato nulla, non meritava il riconoscimento attribuito, ad inizio stagione, al team che aveva dominato la precedente. MJ ricorda bene l’episodio, ancora oggi è convinto che avrebbe meritato quella fotografia… Una lezione di vita, insomma, il classico “no” che insegna molto più di tanti assensi. E che, di certo, ha contribuito a forgiare il Jordan che conosciamo: stella di talento, certo, ma soprattutto capace di migliorare costantemente, anno per anno, in ogni aspetto del suo gioco.

Lo squalo

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Più complessa la storia di Tarkanian, Tark the Shark, lo “squalo”, cosiddetto per la sua abitudine a mordere un asciugamano per il tempo della partita. Complessa ma, in fondo, non così diversa.

Chiacchieratissimo, venne accusato dalla Lega di reclutamento irregolare. Rimase in contenzioso con la NCAA praticamente per quasi tutta la carriera. Nacque intorno a Tark un vago alone di sospetto, l’idea che fosse un allenatore da bad boys, di cui l’espressione massima furono Richie Adams, Chris Herren e Lloyd Daniels, pesantemente coinvolti in storie di criminalità e droga.

La realtà, tuttavia, è molto diversa. Certo, Tarkanian imponeva alla sua squadra un gioco ribelle, di assoluta rottura rispetto agli schemi, tanto che la squadra in UNLV era ribattezzata i Running Rebels. Vero, Tark sfruttava la “popolarità” di Las Vegas, e negli anni dorati dei Running il parterre era pieno di stelle, ed era più difficile trovare un biglietto della partita che dei concerti di Frank Sinatra.

Difensore dei poveri

Però Tark era un vero e proprio “difensore dei poveri”. La querelle infinita con la NCAA nacque proprio per la sua denuncia delle politiche della Lega, attenta ai College maggiori e penalizzante per i pesci piccoli. Per la cronaca, decenni di battaglie ed esasperazioni si conclusero con una transazione in cui fu la NCAA a pagare, e non poco.

Tarkanian, poi, coi suoi ragazzi era tutt’altro che tenero: “Non sarei stato la prima scelta assoluta del draft senza i calci nel culo di Tark”, disse di lui Larry Johnson, prima scelta al Draft 1991. Ma la vera parte incredibile della storia è proprio il rapporto che lo “Squalo” ebbe con i più ribelli dei suoi Rebels. Per Richie Adams, talentuoso lungo newyorchese, gli anni in Nevada sotto Tark furono probabilmente gli unici senza droga e senza crimine; e di ottimi risultati sul campo. “Ma quando tornava a New York – ricordava Tarkanian – succedeva sempre qualcosa”.

Chris Herren, caotica carriera tra droga, alcool e abusi di farmaci, riconosce al suo ex coach di Fresno State un ruolo determinante nella sua successiva redenzione, che lo porta oggi ad essere testimonial della lotta contro le sostanze. “Un coach eccezionale, avevi la certezza che ti sarebbe stato davvero vicino, sempre, nei momenti migliori come in quelli peggiori. Una persona che non aveva paura di mettersi in gioco per aiutare gli altri”.

Pisellino e cuore

La storia con Lloyd “Pisellino” Daniels fu da “Libro Cuore”. Talento cristallino, ma di scarso livello culturale, Jeff Tarkanian lo mandò a lezioni private per farlo ammettere al College. Lloyd non corrispose affatto la fiducia, fu pizzicato a comprare droga e, a causa delle polemiche che ne seguirono, Tark dovette dimettersi, dopo 19 ininterrotti anni, dalla amatissima Università del Nevada. Daniels riuscì anche a farsi esplodere contro tre colpi di pistola, da pusher-esattori. Tarkanian, nel frattempo, approdò agli Spurs. L’occasione della vita, il piano superiore, il riscatto dopo che la NCAA lo aveva messo alla berlina… Beh, il buon Tark andò a richiamare proprio Daniels, gli offrì un’altra possibilità, e così rilanciò la sua carriera.

Ancora Larry Johnson: “Dava chances a giocatori a cui nessun altro avrebbe dato. Persone come Richie Adams e Lloyd Daniels… Il coach si prendeva cura di loro, voleva aiutarli. Voleva che facessimo qualcosa delle nostre vite, raggiungessimo un più alto livello. Non solo per il basket, ma nella vita”.

E Daniels, il giorno della morte del coach: “Quando tutti mi abbandonarono, solo lui era là, per me. Voleva solo vedermi migliorare, in campo e fuori, a scuola, nella vita. Ora che sono padre di tre figli, lo capisco e lo apprezzo ancora di più. Era un grande uomo, ed è stato grande soprattutto per me …Tutti vedevano in me solo un ragazzo del Bronx. Lui ha sempre visto me, non un ragazzo del Bronx”.

Qualcuno lo ha definito esperto in casi umani. E chissà che la vocazione a prendersi cura di chi nessuno vuole venisse dal suo vissuto di figlio di profughi armeni, giunti allora negli States per mettersi in salvo dal genocidio…

Father and son

La fede Tarkaniana, come quella Smithiana, dei tanti seguaci sono le migliori testimonianze della grandezza dei personaggi, così come il ricorrere della parola “father” nelle tante dichiarazioni di cordoglio dei giocatori.

Certo che su questa “paternità” cestistica, quella che ogni coach di College esercita, quella su cui si fondano le fortune del sistema americano, verrebbe molto da interrogarsi.

Una dimensione fortemente precettiva, la rigorosa disciplina tipica del mondo sportivo, il legame identitario necessario a costituire un team e, per esso, a forgiare i futuri campioni, lo stretto ragionare in termini meritocratici, pare accompagnarsi necessariamente ad una elargizione di fiducia assolutamente strabordante, necessariamente gratuita, rischiosamente incondizionata. In fondo Dean Smith che parla di filosofia a ragazzotti a cui basterebbe la pallacanestro per vivere, e Jerry Tarkanian che si gioca la carriera su di un giovane problematico del Bronx, sono due facce della medesima medaglia. La convinzione, trasmessa al proprio giocatore, che tu possa fare qualcosa di grande, su cui io stesso sono disponibile a scommettere, senza paura di mettermi in gioco per aiutarti.

Un approccio capace di muovere nel profondo, anche se non è detto che la corrispondenza sia sempre esatta, né il ritorno matematicamente perfetto.

Ma se non è il “padre” a fidarsi dei “figli”, come potranno essi trovare la fiducia in sé stessi?

Matteo Fortelli

Matteo Fortelli

Nasce nel 1977 - prima stagione della Pallacanestro Reggiana in biancorosso - con sei mesi esatti di vantaggio su Emanuel Ginobili. Nel prosieguo, si accontenta di pareggiarlo nel numero dei figli. Catechista, avvocato, fanatico acritico di tutto quanto venga da Reggio Emilia, trova bellissima la definizione del basket come "l'unico sport che guarda verso il cielo". Romantico sostenitore delle bandiere come Manu, il turbinoso mercato NBA, dove cambiano squadra anche le città, è il peggiore fra i suoi incubi.

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