ESPN / LEVI'S Shooting : 1/29/13 at Clyde's Dine and Wine

Dishing & Swishing. La storia di Walt Frazier (Part I)

La narrazione di questa storia, la storia di Frazier, nato come Walt Jr. in una giornata di fine marzo del 1945 ad Atlanta, in Georgia, ma assurto alla fama del basket mondiale col soprannome di “Clyde” in The World’s Most Famous Arena, a New York, comincia curiosamente da Cleveland. Sarete stanchi infatti di sentir raccontare per l’ennesima volta in rigoroso ordine cronologico, come si conviene ad ogni buona agiografia di un campione, la carriera che ha contraddistinto l’inimitabile play degli unici Knicks che abbiano mai conquistato l’anello. Per giunta vittoriosi in ben due occasioni.

D’altronde si sa, la parabola del classico giocatore NBA ha un suo andamento prestabilito. Prevede che questi passi un’infanzia/adolescenza travagliata, collezionando gran numeri in qualche High School – meglio se del sud del paese – che sciolga i muscoli sul trampolino di lancio di un prestigioso College dai trascorsi leggendari e che, da professionista, compia tutte le tappe necessarie per raggiungere lo scintillante palchetto dal quale, oratore ormai navigato, consumare il rituale di ringraziamento alla consegna dell’agognato Larry O’Brien Trophy dalle mani del Commissioner di turno. La storia di Frazier, per tutti (quasi tutti – vedremo poi perché) “Clyde”, ha poco in comune con le altre, anzi possiamo affermare con estremo orgoglio che la sua vicenda sia, al netto di tutto il percorso, meravigliosamente diversa.

Autentico personaggio di culto nella turbolenta New York dei ’70, playmaker sopraffino, ma anche modello, pescatore, commentatore, costruttore, filosofo, orticoltore e chi più ne ha, più ne metta.

Walt Frazier with His Rolls Royce

Gli anni a Cleveland

Dicevamo di Cleveland.
La città dell’Ohio ricopre una certa importanza nel delimitare l’ideale spartiacque che ha distinto chiaramente quelle che potremmo definire le due carriere “sportive” di Frazier: prima il giocatore e dopo l’analista/commentatore.

Sì, perché lo dobbiamo ad alcune delle persone a lui più vicine – all’interno del management dei Knicks e nella figura loro coach, fresco di nomina, l’ex-compagno Willis Reed – se Frazier, ritenuto dannoso per la crescita del nuovo corso in casa New York (leggasi sviluppo dei rookies) e considerato il principale responsabile delle recenti stagioni disastrose dei blu-arancio, fu spedito ad affinare la conoscenza della lingua inglese a C-Town. Quando agli inizi di ottobre del 1977, mentre si trovavano nell’atrio del palazzo sulla 57ª Strada a Est dove abitava il giocatore, l’agente Irwin Weiner comunicò al suo assistito la nuova destinazione, la reazione fu più o meno questa:

«Cleveland? Andiamo, non dirai sul serio?!»

Fu spedito senza appello ad ovest, sulla cosiddetta North Coast (per la prossimità dei laghi), valutato come una parziale compensazione qualsiasi, offerta da New York ai Cavaliers per essere stati scortesi in free agency, soffiando loro Jim Cleamons.

Arrivato in città, era talmente desideroso di introdursi nella nuova realtà che, seppure non disponesse di un armadio abbastanza capiente per contenere la sobria collezione dei suoi abiti né avesse porte così larghe da farci passare l’amato letto circolare, si fece andare bene il primo alloggio presentatogli. Peraltro si trattava di un appartamento da condividere con l’allegra famiglia Chones: il compagno Jim e signora, più la figlia. La situazione aveva tutte le caratteristiche della temporaneità. La casa si trovava nel sobborgo di Beachwood, a 25 minuti dal Coliseum, la tana dei Cavs, che a sua volta era ubicato 25 miglia a sud-est di Cleveland, nella cittadina di Richfield. Niente camera lussuosa al New Yorker, a un isolato dal Garden, per il momento. Così come non c’era niente di minimamente paragonabile nella vita mondana del luogo agli esclusivi party della Grande Mela, nei quali figurava costantemente in cima alla lista degli invitati. Una volta, al principio dei ’70s, da Elaine, sulla Seconda Avenue, fece colpo addirittura su Woody Allen.

«C’era questa magnifica aura intorno a lui, quando si trovava nella stanza»

disse il regista e qualche giorno dopo fu beccato mentre lo spiava, irretito dal suo portamento.

Spinto da genuina curiosità per quel tipo che attraeva tutto a sé come un magnete, il grande Woody, proprio come i personaggi nevrotici che rappresentava sullo schermo, seduto qualche sedia più in là, nel ristorante dove Frazier stava pranzando, si affrettava a nascondere lo sguardo, inopportunamente diretto verso il giocatore, dietro la sottile copertina del giornale.

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Tornando alla questione Ohio, l’idea di calarsi senza remore nel tessuto sociale della città, spesso derisa dai suoi pari con il nomignolo per niente edificante de “l’errore sul lago” (Erie), non entusiasmava affatto l’uomo chiamato Clyde. Stretto nella noia e nell’ineluttabilità del trastullarsi pomeridiano fra le mura domestiche, lontano dagli amici di sempre, iniziò a dedicarsi alla lettura. Leggeva senza tregua. Quando il convento non passava di meglio, si accontentava persino del semplice vocabolario.

Proprio dalla consultazione del dizionario trasse un grande insegnamento, culminato in seguito nella scrittura di un divertente libro per bambini su come imparare, divertendosi, termini nuovi. Ed è proprio nello studio certosino dell’etimologia e del significato dei vocaboli della lingua inglese, frutto dei pomeriggi interminabili di Beachwood, che è possibile collocare le radici dell’ampiezza del lessico e del linguaggio tanto forbito (per essere un umile cronista con un passato da ladro di palloni) rintracciabile nelle sue telecronache.

Dietro il microfono

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Oggi Frazier è uno stimato commentatore televisivo (gli americani lo definirebbero “color commentator”) per MSG Network delle gare degli amati Knicks. L’indefessa ricerca di modi di dire esclusivi e lo stile narrativo originale che impedisce anche solo di confonderlo con le altre grandi voci della TV hanno dato il là allo sviluppo di un vero e proprio culto tra i sui fan: il Clydeismo.

Dicesi Clydeista chiunque segua il vecchio Walt nelle sue telecronache, annotandosi ogni sorta di pillola di saggezza che questi elargisce non senza generosità. I suoi commenti sono coloriti (da buon color commentator) e per niente scontati. Seguendo uno qualsiasi dei sui interventi, può capitare di sentir appellare il 5’9″ Nate Robinson come “diminutive” (termine che ci offre una percezione della sua statura come ancora più piccola), oppure veder accostate parole che non siamo abituati a trovare nel lessico quotidiano sportivo, quando non sono addirittura cadute in disuso, come “lackadaisical” (per apatico) o “neophyte” (neofita), a concetti come la difesa o il giocatore al primo anno. Una buona difesa diventa invece “Matador D” mentre se Jason Terry appare particolarmente ispirato nel tiro da 3 punti, la sua abilità viene sbandierata come “uncanny” (misteriosa).

La specialità della casa sono però le fantastiche rime, dispensate durante il match con gradita frequenza. La leggenda narra che, fin dai primi lavori in radio, una volta dismessi i panni del giocatore, fosse stato affiancato da una prima voce, il “play-by-play announcer”, particolarmente loquace, di quelle che non concedevano spazio a commenti o repliche se non nei rari momenti in cui prendevano respiro. Ebbene Frazier dovette imparare a concentrare il succo dei concetti che desiderava esprimere nel brevissimo tempo di quelle rare pause. Così ebbe la gloriosa pensata di ricorrere a delle rime, degli slogan da snocciolare in versi, che hanno finito per diventare il suo marchio di fabbrica. Ecco quindi i celeberrimi e quasi onomatopeici “dishing & swishing” (assist e palla che tocca solo la retina producendo il classico fruscìo) e “bounding & astounding”, evocativo anzi che no, l’implacabile “Ewing doing” – una certezza il vecchio Pat – e il mio preferito: “posting & toasting” che mi fa subito venire alla mente una situazione di post con Zach Randolph che lavora il difensore, tostandolo da una parte e dall’altra, come se fosse ripieno di sottiletta e prosciutto cotto. D’accordo, bella forza. Noi siamo abituati alle licenze poetiche ed ai simpatici preziosismi di The Voice e dell’Esimio Avvocato (già… eravamo abituati alle perle dell’Avvocato, adesso se lo godono i sostenitori del calcio indiano). Diciamo che nel Belpaese ce la passiamo bene. Chi però ha familiarità con le nottate di Nba League Pass, o della vecchia NBA TV su Sportitalia, sa benissimo che il commentatore medio americano non va oltre il “Melo segna ancora da 3 punti, nonostante il difensore” o “James ha adesso 32 punti, 12 rimbalzi, 8 assist e 2 palle recuperate”. Se eri fortunato, l’unica nota di colore era rappresentata dall’accostamento giacca-cravatta di Craig Sager. L’analista Frazier invece, non volendo fare brutta figura, anche in seguito alle numerose nomination ricevute per i NY Emmy Award, dai tempi di Cleveland non ha smesso di studiare, prendendo spunto anche dalle rubriche più impensabili, come quella denominata “Arte e Tempo Libero” del Sunday Times. Classico esempio questo di una personalità per certi versi ossessiva (in senso buono) che tende a voler eccellere in ciò che fa.

Il ritorno al Garden

Figurarsi se non voleva brillare come una carica di esplosivo quando il calendario della stagione NBA 1977-78, beffardo come non mai, a soli 15 giorni dall’epocale esodo che dalla Grande Mela lo aveva portato a leggere Sherwood Anderson al clima umido dell’Ohio, aveva disposto per lui un immediato ritorno al Garden. Ad aspettarlo c’erano 19.694 persone. Sembrava di essere tornati al 1973, quando la partita di basket era ancora un evento imperdibile per ogni buon viveur newyorkese.

Gli spettatori, nonostante l’imbarazzante crepuscolo della carriera a cui la stampa locale lo aveva affrettatamente condannato negli ultimi anni in maglia Knicks, non si erano dimenticati del loro figlio prediletto e quella sera, tributandogli una spassionata ovazione di almeno 3 minuti, gli rivolsero un ultima, immaginaria, carezza.

Dall’altra parte però ricevettero in cambio solo schiaffi.

Nel supplementare infatti con Cleveland avanti di 3 punti e 1:50 ancora sul cronometro, Frazier prese in mano la situazione. Lo fece prima realizzando un pesantissimo layup con fallo e convertendo il tiro libero aggiuntivo, dopo deviando nelle mani di un compagno l’imprudente – perché al cospetto di Clyde – passaggio di un incauto attaccante. Alla fine 117-112 per i Cavs con Clyde, autore di 28 punti, 8 rimbalzi e 5 recuperi, che alza i pugni al cielo e fa spuntare il sorriso sornione nell’angolo della bocca di chi l’ha sempre saputa lunga.

La folla impazzisce, un altro classico finale alla Frazier. Per la prima volta in 11 anni scarsi però indossa la maglia numero 11 degli avversari. Alla fine dirà:

«Stanotte sono stato il più grande. Loro ancora mi amano.»

Dopo la partita, questa volta non si concesse la consueta comparsata nei locali giusti di New York. Non fu avvistato al P.J. Clarke’s né bazzicò dalle parti di Harry M’s. Ormai era un ospite in città, uno straniero in visita fra tanti. Si diresse taciturno verso l’appartamento di cui ancora era proprietario sulla Cinquantasettesima e se ne andò a dormire.

Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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