NBA: Boston Celtics at Oklahoma City Thunder

Celtics 2018 ovvero il ritorno della Heroball

Lo so, quest’anno parlo troppo di Celtics.
Ma non è colpa mia.

È il risultato di un mix fra una squadra oggettivamente intrigante (cosa non necessariamente sempre vera nell’ultimo ventennio) e del mio primo anno da possessore del league pass NBA, che mi permette una dose prima inimmaginabile (altro che le quantità omeopatiche di passaggi su Sky) di partite dei biancoverdi.

Quindi, dopo i toni entusiastici del punto della situazione fatto nel nostro podcast, torno sul tema Beantown per vedere come stanno proseguendo le cose.

La prima buona (?!) notizia è che i Celtics hanno cominciato a perdere delle partite. Questo è fondamentale per una squadra chiaramente non pronta per la vetta della lega ma che, complice un periodo di vittorie del tutto fuori scala (la striscia di inizio stagione si è interrotta solo dopo 16W), rischiava di infilare nella testa propria e dei tifosi illecite idee di grandezza.

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Giusto per tornare velocemente con i piedi per terra, giova ricordare che 11 dei 15 giocatori a roster sono nuovi, e che 4/5 del quintetto di discreto successo dello scorso anno non sono stati riconfermati. L’uomo che doveva essere il faro della squadra, producendo in proprio ma soprattutto mettendo insieme gli altri, Hayward, ci ha lasciato (in senso sportivo, fortunamente!) dopo 5 minuti dall’inizio della stagione. In un contesto normale questa condizione permetterebbe di prevedere un record da 50%. Con le attenuanti del giocare ad est si poteva pensare ad un 60% di vittorie. In ogni caso, anche senza arrivare alle punte fuori scala del primo mese, anche il 77% attuale è qualcosa di notevolmente sopra le aspettative.

I punti positivi (presenti e futuri) analizzati nel podcast sono ovviamente ancora validi per la maggior parte, ma la miglior conoscenza fatta con i nuovi Celtics ci permette anche di andare a vedere gli aspetti negativi.

Il ritorno del Kyrie Irving in versione Heroball

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Dicesi Heroball:

Quel modo di giocare delle superstar che pensano di dover/poter vincere le partite giocando ogni singolo possesso in 1Vs5.

Preoccupanti tendenze in questo senso il nostro le aveva ovviamente già mostrate abbondantemente a Cleveland, sia nella versione pre-LeBron, che in quella con LBJ a riposarsi in panchina. I risultati non erano stati propriamente eccitanti, con Kyrie a collezionare highlights e statistiche di tutto rispetto, e la squadra a collezionare la parte meno ambita del referto.

Ad uso di tutti: nel basket di oggi la Heroball non funziona. Nemmeno se sei LBJ. Le difese possono giocare a zona e i giocatori avversari hanno mezzi fisici (sia in termini di dimensioni che di atletismo e reattività) che non rendono più fisicamente possibile essere efficaci (cioè segnare con una percentuale coerente con il poter vincere una partita) giocando da soli. Fatevene una ragione.

Se eri un fenomeno assoluto (qualcuno ha detto Jordan?) potevi farlo negli anni 90, quando però le regole difensive sulle zone, le possibilità fisiche dei difensori e di conseguenza lo spacing in campo erano del tutto diversi. Oggi non si può più.

L’inizio di stagione dei Celtics era stato incoraggiante da questo punto di vista, con Kyrie ovvio e sacrosanto fulcro dell’attacco e incaricato delle azioni da segnare per forza, ma una squadra comunque molto partecipe della manovra offensiva. Horford stava sviluppando una notevole intesa con Irving, specie giocando il pick and roll, e la J-Crew (Jayson Tatum e Jaylen Brown) supportava il giusto fornendo metodi alternativi di andare a canestro. Se poi Stevens percepiva che il suo numero 11 stava entrando in modalità autismo cestistico, metteva in campo Smart e gli faceva gestire la palla, restaurando la democrazia nell’attacco biancoverde.

Peccato che poi le cose siano peggiorate. Morris a lungo indisponibile per infortunio, Smart e Rozier in un prolungato slump al tiro, un Horford più rinunciatario hanno accorciato la lista delle alternative di Stevens.

A questo si sono sommati Brown e Tatum, giovani promettenti, ma anche promettenti (troppo) giovani, che hanno cominciato a peccare di una naturale incostanza. Qualche partita sotto i 10 punti, ma soprattutto con pochi tiri presi, poca proattività, anche un periodo fuori dal campo per infortunio (per Brown) hanno purtroppo instaurato nella testa di Irving e dei compagni l’idea che certe sere, per superare i 50 punti complessivi, l’unica possibilità fosse dare palla a Kyrie ad ogni azione e guardarlo sperando che potesse segnare.

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Irving ci ha confermato (è perfino andato oltre!) quello che già sapevamo, ovvero che può mettere anche 40 punti a sera giocando da solo, violando con indifferenza principi della fisica e comune buon senso come neanche un supereroe della Marvel potrebbe fare.

Però si è iniziato a perdere con frequenza, anche contro squadre votate al tanking come se non ci fosse un domani.

2 piccoli esempi del diminuito (ed allarmante) coinvolgimento degli altri C’s

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Nella partita londinese dell’altra sera contro i Sixers, nell’intero primo quarto, con i Celtics in evidente asfissia offensiva, Brown ha fatto 1/1 al tiro, mentre Tatum addirittura 0/0, perfino con un numero di tocchi trascurabile e la visibile fretta di liberarsi della palla senza prima aver nemmeno lanciato un’occhiata al canestro. Entrambi si sono poi ripresi brillantemente nel secondo tempo, ma il fatto che in un periodo difficile e così prolungato nessuno dei due si sia sentito in dovere di provare ad attaccare il canestro è un problema. Sono un rookie ed un secondo anno, non 2 veterani, quindi la consistenza mentale non può essere una pretesa. Ma dovrebbe essere una priorità della squadra provare a farli crescere da questo punto di vista: può starci che entrambi in quel quarto prendano 3-4 tiri a testa senza segnarne nemmeno 1, ma non che non tirino. E dovrebbe essere una preoccupazione di Stevens disegnare o chiamare giochi che li aiutino e li “costringano” a prendersi le proprie responsabilità in attacco.

L’altro esempio riguarda l’inizio delle azioni offensive. Nel primo mese di stagione, qualunque giocatore dei Celtics (con la logica esclusione di Baynes e Theis, quando in campo) prendesse il rimbalzo, iniziava a palleggiare, attraversava la metacampo e iniziava l’azione offensiva. Con ovvio vantaggio di risparmio di tempi e aumento delle azioni di transizione, e con una varietà e imprevedibilità maggiori dell’attacco, che ogni volta si presentava diverso.

Adesso invece chiunque prenda il rimbalzo si ferma e cerca di dare palla ad Irving, anche quando è marcato molto stretto e la cosa rischia di trasformarsi in una palla persa. Risultato: rischio palle perse, nessuna possibilità di transizione (e canestri facili), meno persone che toccano la palla e si sentono partecipi e attacco che parte sempre dalle mani di Irving, che spesso arriva al tiro senza aver neanche considerato di fare un passaggio.

MVP, MVP!

Nella nostra chat di redazione ad inizio anno, dopo l’infortunio a Hayward, qualcuno aveva augurato/pronosticato (saranno stati i soliti maledetti tifosi Lakers?) una stagione da MVP per Irving. La mia risposta è stata subito: “Anche no, grazie”.

Che quando ci sia da mettere il tiro della vita lo possiamo e vogliamo mettere nelle mani di Kyrie, non è qualcosa da dimostrare o provare in allenamento: direi che con il famoso tiro in gara 7 delle Finals il nostro ha dimostrato tutto quello che c’era da dimostrare. E quindi sappiamo di poter chiamare l’11 ogni volta che ne avremo bisogno.

L’obiettivo di quest’anno però deve essere costruire una squadra intorno a lui che porti i Celtics a potersi giocare quell’ultimo possesso per vincere. E’ su questo che occorre fare pratica, anche a costo di perdere qualche partita in più.

E questo passa necessariamente da più tiri e più coinvolgimento di Tatum, Horford e Brown (rigorosamente in quest’ordine) nelle azioni d’attacco.

Se prendiamo un altro grandissimo realizzatore di piccola taglia, Steph Curry, il salto da All star a Super star l’ha fatto nel momento in cui gli hanno tolto la palla dalle mani per farla gestire a Green.

In questo modo non deve più iniziare da 0 ogni azione per costruirsi il tiro, ma può beneficiare di ricevere palloni con già un vantaggio guadagnato, e quindi con le sue capacità fare solo “l’ultimo miglio”. Inoltre non è più lui a doversi preoccupare di creare gioco per gli altri (cosa che faceva “part-time”, ad essere generosi), ma c’è un giocatore (Green) che per indole e qualità tecniche si preoccopa di fare solo quello, massimizzando le possibilità sia dei compagni che di Curry. I Celtics hanno in Horford un giocatore con diversi punti di contatto con l’Orso ballerino, e dall’anno prossimo avranno anche Hayward a giocare da point forward. Credo quindi che togliere al più presto la palla dalle mani di Irving sia nel miglior interesse sia dei Celtics che di Irving stesso.

Quel film diceva:“…non è un paese per vecchi”.

Beh, questa non è più una lega per solisti.

Vae victis

Boston Celtics v Philadelphia 76ers

Carlo Torriani

Carlo Torriani

Colpito a tradimento dal virus della palla arancione nel lontano ’92, quando sono rimasto folgorato vedendo giocare il ragioniere di Spokane (John Stockton, per chi colpevolmente non lo sapesse), da allora non sono più riuscito a disintossicarmi, e sono diventato un NBA addicted. Mi diletto maniacalmente anche nella pallacanestro giocata, con risultati che di rado superano la soglia del dilettantismo spinto. Ah, ho anche un lavoro vero (per quanto lo possa essere un’occupazione nell’informatica), ma quello è meno interessante... Sposato e con 2 figli, il primo già sapientemente instradato sulla via della palla cesto.

 

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