gettyimages-862604542

Cartoline da gara 1 Rockets-Warriors

Sono bastati 48 minuti ai Golden State Warriors per ristabilire le gerarchie in vetta all’ovest. La gara 1 andata in scena al Toyota Center nella notte italiana fra lunedì e martedì, e conclusa col punteggio di 119-106 in favore dei Campioni in carica, ha impresso negli occhi di chi è rimasto in piedi a guardare la netta percezione di quale sia, se ancora ce ne fosse bisogno, la reale forza da battere per approdare alle finals. Per la verità i primi due quarti sono scivolati via in sostanziale equilibrio, lasciando intendere che, forse, i Rockets di D’Antoni potessero accampare dei validi argomenti a sostegno dell’attendibilità del ranking venuto fuori dalla regular season. In sede di previsione ci siamo affrettati a descriverla come ball movement vs iso; Hamptons Five contro Barba-CP3 (con la non marginale partecipazione di Capela e degli altri.) E in effetti in una metà campo abbiamo visto sostanzialmente più passaggi, la famosa palla che trova energia passando di mano in mano (curiosamente però non quelle degli uomini di Mike), mentre nell’altra fasi di 1 contro 1 “sull’isola” senza precedenti. Per i soli numeri sono stati ben 45 i giochi in isolamento prodotti dall’attacco di Houston, più del doppio del loro massimo stagionale (22), più di sempre nella storia della lega. Questo ha mandato a libri brani di onnipotenza cestistica con la palla in mano dell’uomo con la barba, ma ha fin da subito reso evidente le enormi difficoltà in termini di equilibrio (lungo i 28 metri del campo) e di effort (per i 48 minuti di gara.) D’Antoni col suo proverbiale sarcasmo ha commentato più o meno così la serie di esplosioni barbine: “Ok, bravo James. Di questo passo però avrai bisogno di segnarne 55 in gara 2…” Se è vero che le prestazioni di Harden e Paul si sono alfine palesate (vero più per il primo che per il secondo) e che il quintetto devastante di Kerr ha offerto il solito, impagabile contributo alla causa di Golden State, possiamo affermare, senza paura di esser smentiti, che Golden State abbia “rubato” gara 1 con la difesa, come spesso è capitato in questi 4 incredibili anni.

Classico gioco con Harden da palleggiatore che sfrutta il blocco di Ariza con la partecipazione di Tucker, che punta l’uomo del “bloccante” per allargarsi oltre l’arco, costringere GS a compiere delle scelte ed offrire linee di passaggio al compagno. Il tempismo nei cambi difensivi non concede a HOU alcun vantaggio (se non quello che Ariza non sfrutta per via di un errore precedente al tiro), le linee di penetrazione sono intasate, quelle di passaggio oscurate e il close out di Durant finalizza una delle 3 violazioni dei 24 secondi degli avversari.

Parlare della scelta di Kerr di impiegare Durant su Harden, dirottando Thompson su Paul, ha poco senso nella NBA odierna, dove alcune squadre, per lo più di vertice, perseguono la strategia del cambio difensivo con un piglio ai limiti del fanatismo religioso. Sempre più spesso sono gli attacchi che decidono quale accoppiamento difensivo esplorare. E già nel primo episodio della serie questa tendenza è emersa in tutta la sua evidenza con Houston a mettere Curry in tutti i pick and roll e Golden State a fare più o meno altrettanto con Harden. Il concetto della copertura difensiva orizzontale degli Warriors è già stato ampiamente sviscerato, ma merita ugualmente di essere ribadito. Il bacino di versatilità a cui può attingere Kerr pescando nel proprio roster è quasi illimitato, gli uomini che mette in campo hanno braccia talmente lunghe da coprirlo quasi interamente per larghezza. Anche uno come Curry, non esattamente il vostro difensore dell’anno, è sembrato a proprio agio in questo sistema lunedì notte: ben 6 deflections nella sua gara. Tutti sono in grado di cambiare praticamente su ogni avversario. Quelli che non possono, stanno a guardare (McGee, Pachulia?) L’aiuto al ferro arriva con notevole puntualità. E non è così semplice quando di fronte si ha la ditta Harden-Capela, il primo pronto a colpirti col floater, il secondo a salire in cielo alle tue spalle. In genere le difese che si trovano ad affrontare Houston devono compiere una scelta ben precisa in questo frangente. Per Golden State non è stato necessario. Le braccia lunghe poi, e la posizione difensiva adeguata dei giocatori non direttamente interessati dal pick and roll permettono di intervenire potenzialmente quasi su ogni scarico. In gara 1 role player fondamentali per i Rockets in questa stagione, come Tucker e Ariza, difficilmente hanno visto un po’ di luce fra sé e l’avversario per sparare le classiche e letali open threes. Tucker ha concluso con 0-3 al tiro, Mbah a Moute addirittura con 0-6. Tutti i rossi che non abbiano scritto sulle spalle Paul o Harden in gara 1 su 80 possessi totali sono stati capaci di segnare soltanto 0.89 punti per possesso. Troppo poco per impensierire gli Warriors.

Kevon Looney è stato il vero fattore di gara 1, almeno da un punto di vista tattico. Gettato abbastanza presto sul parquet, ha tenuto sui cambi gli esterni dei Rockets come un novello Tony Allen. La sua capacità di non andare sotto con nessuno ha permesso agli altri di non dover flottare eccessivamente sulle scorribande di Harden.

Notare la rapidità di piedi e la costante flessione delle ginocchia nel tentativo di contenere, non una, ma ben due volte, forse la minaccia più pericolosa, offensivamente parlando, della NBA moderna: il Barba. I compagni possono stare tranquillamente nei paraggi dei propri diretti avversari, senza flottare.

Looney ha concluso la propria gara 1 con 19 tiri avversari contestati, di cui ben 10 oltre l’arco dei tre punti. A leggerlo così sembra il tabellino di un Bruce Bowen qualsiasi, non del tuo lungo di 206 centimetri dal sorriso bonario e le spalle squadrate.

In sede di vigilia forse la keynote più gettonata sulla lavagna di D’Antoni era quella relativa al contropiede degli Warriors: Curry e soci ricavano infatti mediamente ben 17,6 punti a partita da situazioni di transizione. I Rockets, nel percorso di avvicinamento a questa finale di conference, erano sì impegnati a fronteggiare avversari di tutto rispetto oltre che provvisti di loro caratteristiche proprie, ma avevano in testa solamente Golden State. Tanto da “allenarsi” senza mezzi termini a controllare le palle perse: come avete potuto leggere già sulle pagine di NBALife, le 9,8 turnovers ogni 100 possessi prima di gara 1 contro gli Warriors sono il secondo dato più basso, per quanto riguarda la post season, degli ultimi 41 anni. La sfortuna o – per meglio dire – l’abilità superiore degli avversari ha fatto sì che solo in gara 1 le palle perse da Houston fossero addirittura 16. Per i punti in contropiede il parziale è stato impietoso per i padroni di casa: 3 contro 18. In psicologia questa si chiama profezia che si auto-avvera: sei talmente concentrato su un esito (che sia in termini positivi o negativi) da mettere in campo quasi inconsapevolmente tutta quella serie di comportamenti che tenderanno a portarti più facilmente verso l’esito prefigurato.

Due esempi di transizione difensiva Rockets: nel primo Ariza e Tucker rientrano dalla posizione in angolo prima di vedere l’esito della conclusione di Paul per compiere un corretto bilanciamento difensivo, finendo per accoppiarsi con i diretti avversari; nel secondo il rientro più lento dei tiratori in angolo, unito all’impossibilità di Harden e Capela di partecipare all’azione difensiva, propizia la micidiale transizione Warriors.

Houston è squadra, soprattutto con CP3 al comando delle operazioni, che fa un discreto ricorso alle corner threes. Se questo da un lato può favorire l’apertura del campo e la conseguente, possibile, generazione di parziali devastanti in proprio favore, dall’altro espone la sua difesa alla possibilità di trovarsi in inferiorità numerica nella transizione difensiva. Quando questo succede contro Golden State può essere deleterio. Molte volte in gara 1 Capela è stato eliminato dalla rimpatriata di gruppo in difesa grazie ai prolungati tagliafuori di Draymond Green. Se anche chi conclude al ferro, generalmente Harden, non trova il modo di accorciare i tempi del recupero, gli Warriors possono essere letali nel cambio di fronte, anche con la transizione secondaria, soprattutto con Thompson o Durant che agiscono da rimorchio, sparando triple above the break, senza pensarci troppo.

Infine, un’ultima nota sull’attacco Warriors. A volte si corre il rischio di ragionare più del dovuto, in talune circostanze pure a vanvera, su inclinazioni e tendenze di gioco degli interpreti in campo. In fase di analisi è facile finire per far contorcere i pensieri su se stessi, col risultato di compiere sovra-interpretazioni, utili soltanto come esercizi di stile. Vero, Golden State ha fatto più passaggi di Houston, ha fatto registrare pure meno palleggi. Tuttavia se non potesse contare sui servigi di Durant, potrebbe stare a passarsi la palla tutto il tempo, potrebbe risultare fluida, armonica, tutto quello che volete, ma è possibile anche che non avrebbe vinto così nettamente gara 1. Se Houston è squadra di isolamenti, KD contro i Rockets ha segnato 27 dei sui 37 punti finali in situazioni di isolamento. Provate a mettere il pur zelante Kevon Looney “sull’isola” e vediamo cosa succede…

Ogni commento appare superfluo.

Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Editore ENBIEILAIF - Nacho Symbolic Associazione Culturale
P.IVA - COD. FISC. 03383520545
Direttore Responsabile testata on line: Luca Fiorucci
Server Provider: Aruba
Registro Stampa Tribunale di Perugia N°9 27/05/14
Email: info@nbalife.it

© 2018 Copyright NbaLife.it, tutti i diritti riservati