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Broken dreams: Ronnie Fields

Prima o poi nella vita capita qualcosa che ti manderà a terra.
La differenza sta nel rialzarsi.

Parola di Ronnie, e Ronnie sa benissimo cosa significa andare a finire con il culo per terra.
L’anno di grazia, o meglio di disgrazia, è il 1996, anno che sancirà la fine di un sogno che, visti i presupposti, sembrava fosse destinato a diventare una luminosissima realtà. 

“Ronnie fuori piove a dirotto ed è già tardi, è pericoloso mettersi alla guida, fermati qui da noi, il divano è comodo e a noi fa piacere averti come ospite”.

“Grazie mille Signora ma io sono cresciuto a Catham e non dormo a Maywood”.

Riavvolgiamo per un attimo il nastro e partiamo dal principio.
Ronnie nasce in una famiglia modello per gli standard di Catham, South Side Chicago; mamma quindicenne, padre assente e gang pronte a offriti qualsiasi tipo di impiego, rigorosamente illegale, già in tenera età. A Catham impari a riconoscere rapidamente due suoni ben precisi: quello di una sparatoria e quello della sirena dell’ambulanza, ma a Ronnie interessa relativamente la vita, a tinte rosso sangue, che gli scorre attorno; a lui interessano la palla da basket e un campetto, tutto il resto che lo circonda è superfluo.

Ronnie ben presto diventa l’alter ego di colui il quale, a pochi isolati di distanza, incanta il mondo scrivendo pagine indelebili di basket che lo identificano ancora oggi come il cestista più forte di sempre; l’unica differenza tra Michael e Ronnie è che quest’ultimo opera nei playground, attirando l’attenzione di tutta la Wind City mentre il primo domina allo United Center come in qualsiasi altro palazzetto che lo ospiti. A 14 anni Ronnie salta 127 cm da terra e le giocate sopra il ferro sono un format al quale ben presto tutti si abituano come fosse una cosa normale. Ma di normale nel ragazzo di Catham c’è ben poco: non è normale avere tanto talento in un corpo solo, non è normale essere così forti da così piccoli, insomma Ronnie non è normale e la leggenda di The Next MJ inizia a farsi largo fra le vie di Chicago. È ora però di dedicarsi anche un po’ al parquet, non basta dimostrare quanto si è forti al campetto, bisogna anche adattarsi alle regole del Basket vere e proprie, non basta saper rispettare solo le regole della strada.

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Ronnie frequenta la Farragut Accademy, che dico frequenta, Ronnie regna alla Farragut Accademy, non c’è un essere umano nell’arco temporale e spaziale in cui agisce che gli si possa anche solo avvicinare; da sophomore viene selezionato per il Nike All American Camp (unico a partecipare da così giovane ad un evento di tale portata), nel quale stringe un sodalizio inscindibile con un giovane Kevin Garnett reclutandolo e convincendolo ad unire le forze nella sua Farragut. Il duo Ronnie-KG decreta la fine delle ostilità per le aspiranti High School al titolo statale dell’Illinois, o almeno così si presuppone. E’ la Harvey Thorton di Melvin Ely a sovvertire ogni pronostico e  a schiantare la Farragut Accademy nella finale statale e a lasciare a bocca asciutta i due prospetti liceali più in vista nel panorama cestistico statunitense. Garnett conclude  quell’anno la sua carriera liceale approdando direttamente nella NBA agli ordini della franchigia del Minnesota e lasciando a Ronnie il compito di provare a vincere da solo il titolo statale.

Ma nel frattempo il 1996 è arrivato.

“Ok Ronnie come vuoi, casa nostra è casa tua, ma se vuoi tornare a casa almeno prometti di guidare con cautela”.

Ronnie esce dalla porta con il ghigno di chi crede di essere un unbreakable, di chi crede che nulla di male potrà mai capitargli, di chi crede di essere protetto da una sorta di fato che ama i predestinati. Ma la vita è ben altro e se ne fotte se tu giochi bene a Basket o se hai qualsiasi altro tipo di  talento; se sbagli paghi e il prezzo che paga Ronnie è piuttosto salato. La vita ha chiesto il conto a Earl “The Goat” Manigault, figuriamoci se si fa intenerire da un negro del ghetto di South Side. Ronnie perde il controllo dell’auto e in men che non si dica si ritrova all’ospedale con un una prognosi spaventosa: rischio di paralisi,  frattura di un osso del collo.

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La vita è crudele, si sa e non fa sconti ma sa anche essere benevola permettendo a tutti, o quasi, di giocarsi una seconda chance. Ronnie si riprende, il sogno continua; è vero, le porte della NBA si sono temporaneamente chiuse, ma un annetto al college, alla De Paul dell’adorata Chicago, non può che fargli bene e sigla un accordo con coach Myer. Aspetta aspetta, cosa leggono gli occhi di Coach Myer? Cosa sono questi pessimi voti? Ronnie non è eleggibile per il college Basket e come se non bastasse arriva la condanna per  abuso sessuale. La porta del successo si chiude a doppia mandata, Ronnie si dichiara colpevole e sgretola in un solo colpo tutto quello che di buono ha costruito negli anni, anni passati al campetto, anni trascorsi a tenersi al di fuori dai guai, anni volati via senza mai cedere alle tentazioni della malavita di Catham.

C’è stato un solo atleta a Chicago Illinois ad essere seguito almeno quanto MJ ma quel ragazzo di Catham ha voltato le spalle alla vita nei momenti decisivi, e quello che sarebbe stato uno dei giocatori più divertenti e più ammalianti della NBA, nella NBA non ci è mai sbarcato, lasciando dietro di se un senso di incompiuto degno del nulla che gli ha offerto il ghetto da cui è partito.

From Chicago Illinois, with number 23, Ronnieeeeeee Fieeeeelds.

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Francesco Rivano

Francesco Rivano

Nato il 12/11/1980 a Iglesias, nel profondo Sud della Sardegna e cresciuto a Carloforte, mi sono laureato in Economia e Commercio nel 2007 trovando successivamente un impiego nell'ambito della gestione contabile. Calciatore e calciofilo fin da tenera età ho militato nella squadra del mio paese per 15 anni. Nel 2000 sono stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco e mi sono convertito al basket. Il mio personalissimo Messia ha un nome e un cognome: Allen Iverson. Attualmente mi occupo di intermediazione immobiliare ma la più grande passione rimane la palla a spicchi color arancio e narrare le vicende della NBA e dei suoi protagonisti è la mia massima espressione di libertà e divertimento.

 

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