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Boston esce col sorriso, sarà nuovamente Cavs vs Warriors

Così doveva andare, così era nelle previsioni anche dei più ottimisti tifosi dei Celtics. Con l’infortunio di Isaiah Thomas poi – e nonostante la vittoria in gara 3 a Cleveland proprio senza IT4 in campo – anche chi si augurava, magari sul fronte Warriors, il prolungamento della serie, ha perso ogni speranza.

In sé la serie non ha detto tantissimo per quel che riguarda i punteggi e le singole gare, GM3 ripeto a parte, che non sono quasi mai state in bilico, confermando d’altra parte tutto quello che c’era eventualmente da sapere sui Cavs in vista delle Finals, e tutto quello che di buono i Boston Celtics hanno fatto vedere durante l’intera stagione, alti e bassi inclusi e che sono fisiologicamente parte di un roster così assemblato, almeno ad oggi.

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Qui Boston

In casa Celtics il periodo coincidente con i playoffs non poteva regalare maggiori soddisfazioni. Dopo il terribile primo turno con Chicago (partenza sotto 0-2 e la tragedia della sorellina di Thomas) e l’aspra serie con Washington, che ha dimostrato come questo gruppo sia già pronto per vincere una gara 7, la finale di Conference contro i Cavs non ha fatto altro che confermare pregi e difetti, allo stato attuale, dei lavori in corso targati Ainge-Stevens.

Il coach ha trovato importantissime risposte da Bradley, autore del tiro vincente in gara 3 che ha consegnato di fatto l’unica W della serie ai biancoverdi, ma anche da Marcus Smart, ottimo sostituto di Thomas dopo l’infortunio del piccolo/grande uomo. Horford ha dato anche lui risposte importanti, quando Stevens ha deciso di appoggiare il gioco su di lui in post-basso, pur mantenendo la pericolosità ormai acquisita da dietro l’arco, anche arrivando a rimorchio o aprendosi sul pick’n'pop in posizione centrale.

Difensivamente Smart è sembrato più solido di Isaiah, anche se non soprattutto per stazza fisica, e Rozier ha confermato di essere un buon “pressatore” e difensore sul portatore di palla. Olynyk non ha ripetuto le prestazioni in termini di punti viste contro i Wizards ma anche lui ha portato minuti di sostanza. Resta l’enigma Amir Johnson, giocatore che anche quando parte in quintetto ottiene normalmente pochi minuti nel resto della gara. E’ sicuramente sulla lista dei partenti in casa Ainge.

Il veterano Gerald Green è entrato e uscito dalla serie, alternando ulteriori prestazioni in cui è stato capace di portare punti immediati soprattutto col tiro da 3, ad altre dove non ha praticamente visto il campo. Non gli si poteva chiedere di più alla fine. Discorso a parte invece per il rookie Jaylen Brown che ha fatto vedere una crescita costante, ha fisico e atletismo e anche in difesa comincia a farsi sentire. In attacco non sempre riesce ad incidere, soprattutto in un sistema offensivo che predilige le penetrazioni delle point-guards (Thomas su tutti) e la ricerca esasperata del concetto “prendere-mantenere-concretizzare un vantaggio” con la successiva circolazione di palla e – quasi esclusivamente – un conclusivo tiro da tre punti. Jaylen ha bisogno di migliorare nel mettere palla per terra e attaccare così in modo efficace i close-out avversari. D’altronde questo è il Gioco nell’anno di grazia 2017.

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In contemporanea con i playoffs c’è stata anche la Draft Lottery che ha regalato a Boston la prima chiamata assoluta, quella che per quasi tutti si tramuterà in Markelle Fultz. Il giocatore al primo anno di college è difficile da valutare prendendo in considerazione appunto solo le 25 gare disputate con Washington. Il talento c’è, chiaramente, e un’idea maggiore i Celtics se la faranno nei classici work-outs che precedono il Draft.

L’eventuale scelta di Fultz però continua a far discutere, non per il giocatore ma per quello che significherebbe: un’altra point-guard che porterebbe nel prossimo futuro allo spostamento di Thomas in posizione di guardia, un po’ alla Iverson, per intendersi. Oppure addirittura alla cessione di Thomas… Dalle parti del TD Garden questa sembra una bestemmia, vista la stagione da MVP disputata da Isaiah e vista la sua presenza in campo all’inizio dei playoffs nonostante il dramma familiare. Tutte cose che i tifosi dei Celtics (e il management) non dimenticano e non possono dimenticare.

C’è anche chi come Paul Pierce consiglia a Boston di cedere la 1^ chiamata assoluta, per arrivare subito ad un All-Star in grado di far fare alla squadra quel salto, di colmare quel gap (ancora ampio, a mio avviso) e permetterle di giocarsela davvero con Cleveland già dal prossimo anno. Idea non campata per aria, ma ovviamente bisogna vedere chi potrebbe essere la stella in questione. Hayward che è sul taccuino di Stevens e Ainge e non da oggi può arrivare senza trade. Paul George è destinato a Los Angeles (ma attenzione alla possibile sorpresa su quale sarà effettivamente la franchigia losangelena ad acquisirlo, molto gira attorno alla permanenza di CP3 ai Clippers o alla sua partenza probabilmente con destinazione San Antonio, giusto per confermare che PG vestirà purple&gold) e Jimmy Butler non è a mio avviso il giocatore che ti fa fare questo salto. Forte eh? Però non decisivo, almeno non da solo, e se arriva Hayward i due farebbero “scopa” quindi…dei due, uno!

Nel caso che Boston optasse quindi per la cessione della scelta, l’altra squadra coinvolta dovrebbe essere una in ricostruzione, con necessità in cabina di regia, magari pronta a sgambettare i Lakers scegliendo Lonzo Ball (si sa che nel New England questa ipotesi strapperebbe più di un sorriso…) e soprattutto con un giocatore davvero forte da mettere sul piatto. Io ne vedo pochi, parlando anche di ruolo: potrei abbozzare un Anthony Davis, ma New Orleans difficilmente si priverebbe del suo #23. Manca comunque poco alla decisione, e Ainge ha dimostrato prima della deadline di Febbraio di saper resistere quando è necessario (vedi richieste che includessero la scelta e Jae Crowder per Butler o PG) e che il progetto è veramente tale e si sta articolando con pazienza su più anni. I risultati ad oggi danno ragione, a lui e a coach Stevens.

Qui Cleveland

NBA: Playoffs-Cleveland Cavaliers at Boston Celtics

Tutto normale, si diceva. Cleveland ancora alle Finals e dal 1° Giugno sarà nuovamente Cavs vs Warriors. I temi sono tantissimi ed è giusto affacciarsi già a quelle che saranno le caratteristiche di questa serie, più che stare a ribadire come la corazzata dell’Ohio ha spazzato via tutto e tutti lungo il suo cammino. James non ha giocato sempre al top e quando l’ha fatto per gli avversari non c’è stato letteralmente nulla da fare. Nelle poche occasioni in cui King James è apparso riposarsi per brevi/lunghi tratti degli incontri, ci hanno pensato in primis Kyrie Irving e poi tutto il resto del supporting cast, mai così ben assemblato anche rispetto alle ultime due stagioni che hanno visto comunque Cleveland primeggiare e vincere un anello.

Ora però cambia l’avversario. Vero che le due squadre ormai si conoscono, e che quella che ha apportato i maggiori cambiamenti potrebbe essere Cleveland. In realtà il non semplice processo di inserimento di Durant nella “struttura” Warriors, come ricordato su queste pagine anche da Carlo Torriani, è la grossa novità rispetto alle finali delle ultime due stagioni.

KD è un’altra arma illegale nell’attacco di Golden State, e i Cavs per vincerla dovranno farlo soprattutto in difesa. In attacco è possibile cercare di “tirare l’acqua al proprio mulino” puntando molto su Tristan Thompson e un gioco interno – anche con lo stesso James – che GSW potrebbe soffrire. Ma coach Lue e il suo staff dovranno fare un autentico miracolo nella propria di metà campo. Neppure Pop, a ranghi ridottissimi, che per correttezza va sottolineato, c’è riuscito.

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I punti sui quali credo ci si debba concentrare sono essenzialmente due: Draymond Green e la scelta “sto sui tiratori o riempio l’area”. Facile eh? Partiamo dalla seconda: è una coperta corta, inutile girarci intorno. Se in generale, come dicevo a proposito dei Celtics, è ormai scontato che tutte le squadre NBA improntino il proprio gioco sul tiro da 3 punti (magari dagli angoli, vero ex-baffo? Passatemi la frecciata…) è anche vero che Golden State ha elevato questo ad un’autentica arte. E con Durant le bocche da fuoco sono semplicemente aumentate. Però se stai appiccicato ai tiratori i Warriors ti mangiano dentro l’area, dove sono tra le squadre più produttive “in the paint”. Arrivare al ferro non è un problema per lo stesso KD, per Klay Thompson o per JaVale McGee, magari dopo che Curry ha alzato la solita palla al bacio. Come arginare, per lo meno, tutto questo?

Punto uno: Draymond Green. Per ora nei playoffs ho visto solo Utah con Diaw cercare di portare un po’ di pressione su Green quando la gestisce lui in punta. Questo invece è un passaggio fondamentale se si vuole provare – per lo meno – a bloccare l’attacco dei Warriors. Cominciamo a non far arrivare facilmente la palla a Durant in uscita da un blocco. Cominciamo a rallentare i tempi con cui Klay può ricevere, magari a ricciolo, mentre taglia verso il canestro (con un sano body check, ma anche appunto mettendo pressione sul passatore). Ritengo che se ci posso arrivare io, lo staff dei Cavs formato da super-professionisti sia già al lavoro in questo senso.

Uscendo dall’aspetto tecnico-tattico dobbiamo ricordarci una cosa, che sarà per me decisiva e fondamentale tanto quanto le mosse sulla scacchiera dei due coaching staff: l’aspetto psicologico. Le motivazioni di Golden State nel “vendicare” la sconfitta della passata stagione, quella di Durant che è andato nella Baia solo ed esclusivamente per poter vincere subito…non si riveleranno un boomerang? Non impossibile.

Sul 3-1 nel 2016 sappiamo com’è finita. Cleveland sa entrare sottopelle ai Warriors, questo è un dato di fatto, e comunque anche loro avranno i loro problemi nel contenere LBJ e “arrangiarsi” su tutti i tiratori che i Cavs possono schierare dietro l’arco. Inoltre Durant è sì un’aggiunta terrificante (in senso positivo) dal punto di vista tecnico, ma caratterialmente saprà essere all’altezza della sua seconda finale in carriera? Senza giri di parole: se la farà sotto? E’ da dimostrare, tutto e il contrario di tutto.

La tavola è comunque apparecchiata, permettetemi di aggiungere il mio posto a tavola in qualità di sostenitore di quelli dell’est, non fosse altro che per “senso di appartenenza” alla stessa conference dei “miei” Celtics che le Finals le vedranno dal divano, ma col sorriso.

Andrea Pontremoli

Andrea Pontremoli

Ex-giocatore e poi allenatore di settore giovanile, collaboratore dal 2005 e in seguito capo-redattore NBA per All-Around.net. Partecipa con un suo racconto al libro "All-Around: 12 storie 1 passione" (Orizzonti Editore) ed è autore del testo "Il triangolo sì...io lo rifarei" sullo studio e l'utilizzo della Triple-post Offense di Coach Tex Winter.

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