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Bill il Rosso

Amo lo sport, fin da bambino, fin da quando ho coscienza, fin da quando, a soli due anni, festeggiavo nella casa della famiglia della mia Baby Sitter, Maria Franca, le reti del Pablito Nazionale al Mundial di Espaṅa. Riecheggia ancora nelle orecchie di quella splendida gente che mi ha accolto come un figlio, il continuo incitamento e il mio scimmiottare le esultanze di Paolo Rossi, riecheggia ancora in me la voce di uno splendido Nando Martellini che urla

“Campioni del Mondo, Campioni del Mondo, Campioni del Mondo”

Se Nando Martellini è stata la prima voce che ho ascoltato narrare le gesta sportive, non posso far altro che citare chi, fra Boxe e soprattutto Tennis, ho ascoltato con senso ipnotico e ammirato in ogni sua performance. Accompagnato da uno straripante Gianni Clerici e dai suoi “Game Didattici”, Rino Tommasi e la sua  innata capacità di attirare a se le masse in ascolto come il pifferaio magico con i topi nella famosa favola, tra gli altri trascritta dai fratelli Grimm, ha lasciato in me un segno indelebile con il suo tipico marchio di fabbrica, quel “circoletto rosso” con il quale sottolineava figurativamente le giocate migliori degli sportivi oggetto della sua telecronaca.

Ho sempre immaginato il grande Rino seduto dietro la scrivania con una penna a evidenziare i punti più degni di nota con il colore rosso, il colore della cosa fatta bene, il colore della passione (per lo sport), il colore distintivo del più vincente di sempre nella nostra amata NBA, coach Red Auerbach, il colore della chioma fulvea di quello che sarebbe potuto essere ma non è stato, il colore di “Bill il Rosso”.

“Danny, domani ti spedisco a San Diego a visionare un ragazzo di cui si parla un gran bene. Io credo poco a queste voci di corridoio però credo sia il caso che tu vada a dare un’occhiata”

E così Danny, assistente di coach John, non esitò neanche un momento e la mattina dopo si mise in auto per raggiungere la Helix High School. Danny fece quello che gli chiese coach John, visionò il ragazzo e ne rimase stupito, quasi rapito, tanto da presentare sulla scrivania del coach una relazione che etichettava il giovane della Helix come il miglior liceale mai visto.

“Danny, non far mai più un commento così stupido. Ti fa sembrare un idiota. Figuriamoci se un ragazzo coi capelli rossi e le lentiggini, per giunta proveniente da San Diego, è il miglior High Schooler mai visto. Non c’è mai stato un giocatore decente proveniente da San Diego”

E no coach Wooden, questa volta hai toppato, ma per fortuna ti sei fidato del tuo assistente, e che fortuna.
Ecco, la fortuna; chissà cosa sarebbe successo al mondo del basket se il ragazzotto dai capelli rossi e le lentiggini fosse stato preso per mano dalla Dea Bendata e accompagnato lungo la strada impervia della sua carriera; chissà  di che parleremmo oggi se la Dea si fosse innamorata del giovane Bill così come si innamorò di Servo Tullio ai tempi dell’antica Roma: staremmo parlando di un dominio spropositato che avrebbe rotto diversi equilibri, saremmo qui a snocciolare statistiche e record ancora da infrangere e invece nulla di tutto ciò, la sorella cattiva della Dea Bendata, che tanto bendata non è e che anzi, ha una vista piuttosto arguta, ha deciso di giocarci un brutto tiro che, grazie al cielo, non ci ha privato in maniera assoluta di uno dei più grandi talenti di sempre.

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Bill nasce a La Mesa, nel profondissimo e caliente Sud della California e già alle prime uscite con la palla in mano tende  a farsi notare per le grandi capacità fisiche e tecniche. Segna a raffica e ha una facilità estrema a trovare il fondo della retina mostrando nel contempo una straordinaria attitudine alla fase difensiva. Da High Schooler è praticamente immarcabile tanto da spingere coach Wooden, dietro suggerimento del fidato assistente Danny Crum, a selezionarlo per la più forte squadra di sempre a livello collegiale: UCLA. Nelle prime due edizioni dei Bruins targati “Bill il Rosso” i ragazzi di Westwood non conoscono il significato della parola sconfitta e Bill domina le finali nel ’72 e nel ’73 con le rispettive prestazioni: 20 punti conditi da 24 rimbalzi bissato dai 44 punti dell’anno seguente. La striscia dei ragazzi di coach Wooden si estende fino alla semifinali del torneo NCAA del ’74 e li si interrompe, dopo 88 W e due tempi supplementari dai quelli ne escono vincitori i Tar Heels guidati da un magistrale  David Thompson.

Ma Bill non pensa solo al Basket e durante la sua vita in ateneo si contraddistingue anche per l’attivismo pacifista culminato con la dichiarazione rivolta niente meno che al Presidente Nixon in merito alla Guerra del Vietnam

“La sua generazione ha rovinato il mondo. La mia sta provando a risollevarlo. Il denaro non significa niente per me: non può comprare la felicità e io voglio essere felice”

Una dichiarazione altisonante, degna delle giocate roboanti messe in bella vista sul parquet dal nativo di La Mesa, dichiarazione che provocò l’arresto dello studente di UCLA. Come potete pensare che possa proseguire la carriera di quello che è unanimemente considerato il miglior cestista collegiale della storia del Basket? Come potete che possano evolversi i 20,3 punti i 15,7 rimbalzi e i 5,5 assist di media prodotti alle dipendenze di coach Wooden?

Ovviamente il tutto si tramuta nella prima scelta assoluta al Draft del 1974, e ad assicurarsi le prestazioni di Bill sono i Portland Trail Blazers. La partenza è al fulmicotone e nelle prime sette gare Bill si conferma sugli standard del College Basket, ma la pacchia dura ben poco perché a bussare alla porta di casa Walton arriva un’ospite assai poco gradita.

Madame Sfiga

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Fino alla stagione 1976-77 Bill trascorre più tempo in infermeria che in campo. Il lettino del medico diventa il suo habitat naturale e molti dubbi iniziano a trapelare tra gli addetti ai lavori, pronti ad etichettare Bill come un grande Flop. Il 1976 inizia con i Blazers finalmente al completo e le 65 partite disputate da Bill assicurano un record di tutto rispetto. Tutti non aspettano altro che il nuovo stop del centro da UCLA ma questa volta Bill lascia tutti a bocca aperta. La raffinatezza del suo gioco finalmente dispiega le proprie ali e come il brutto anatroccolo che si trasforma nello splendido cigno, incanta la platea innescando in Oregon la BlazerMania. Portland arriva alle Finals senza intoppi, superando in finale di conference i Lakers di Kareem con un devastante sweep. Bill domina la scena e nella Finals, in una sfida all’ultimo sangue con un altro super eroe della lega, il Doctor J, ribalta il 2 a 0 iniziale fino a portare in cima per la prima, e fin ora ultima volta, i Blazers.
20 punti, 23 rimbalzi, 7 assist e 8 stoppate in una gara 6 decisiva che gli vale anche l’onorificenza di MVP delle Finals. Ormai in Oregon c’è un dominatore assoluto, pronto a stracciare ogni avversario negli anni a venire e le prime 60 partite della stagione successiva confermano il trend.

Toc-Toc… Chi è?

Sempre lei, Signora sfortuna che entra a gamba tesa su Bill stendendolo con un tackle degno del celeberrimo Vinnie Jones. A Bill viene consegnato il meritatissimo premio di MVP della regular, ma i Blazers orfani del loro Leader tecnico non riescono a ripetersi. La carriera di Bill entra da qui in poi in un tremendo cul de sac. Avete presente quei sogni nei quali vuoi fuggire da qualcosa di veramente pericoloso ma le gambe non rispondono, sono pesanti come macigni? Quei sogni nei quali capisci che non puoi mai farcela e che la fine sta per arrivare? Ecco, questa è la spiegazione esatta della vita cestistica della vita di Bill fino al 1983. Costretto a saltare la stagione ’78-79 passa ai San Diego Clippers nella stagione che segue riuscendo a disputare la bellezza di 14 partite in tre anni. Due anni di inattività sono un enormità anche per un dilettante abituato a calcare i parquet della seconda divisione, immaginatevi per un professionista, già MVP sia della RS che delle Finals. Il rientro, sempre con la casacca dei Clippers è fissato nel 1983, anno dal quale ripartire per riprovare la scalata verso la cima della montagna. Due anni di rodaggio a far da chioccia ai compagni fino all’approdo in maglia verde dei Celtics.

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Il fisico non è più lo stesso della carriera universitaria ma Bill Walton che esce dalla panchina è un arma illegale ingestibile dagli avversari già sfiancati dal terzetto Bird-Parish-McHale. Boston registra 67 W e si sbarazza facilmente della compagnia delle altre contender stravincendo il titolo. L’importanza di Bill in quei Celtics è suggellata dal premio di Sesto uomo dell’anno e i Verdi ci riprovano l’anno successivo perdendo questa volte le Finals contro gli acerrimi rivali in giallo viola. Bill ne ha abbastanza, decide di lasciare anche per non permettere alla sfortuna di prendersi nuovamente gioco di se. Abbandona la Lega lasciandosi dietro un rimpianto di quello che avrebbe potuto realmente fare se solo la salute lo avesse assistito. I segni indelebili della sua tortuosa carriera sono ancora ben visibili ad ogni passo mosso con fatica dal fenomeno di San Diego, da quello che, Danny Crum ha segnato accuratamente sul taccuino di coach Wooden con un enorme circoletto rosso, rosso come il colore dei suoi folti capelli, rosso come il colore della sua pelle arsa dal sole di San Diego, rosso come le lentiggini che dipingevano il volto del giovane Bill Walton nella palestra della Helix High School.

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Francesco Rivano

Francesco Rivano

Nato il 12/11/1980 a Iglesias, nel profondo Sud della Sardegna e cresciuto a Carloforte, mi sono laureato in Economia e Commercio nel 2007 trovando successivamente un impiego nell'ambito della gestione contabile. Calciatore e calciofilo fin da tenera età ho militato nella squadra del mio paese per 15 anni. Nel 2000 sono stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco e mi sono convertito al basket. Il mio personalissimo Messia ha un nome e un cognome: Allen Iverson. Attualmente mi occupo di intermediazione immobiliare ma la più grande passione rimane la palla a spicchi color arancio e narrare le vicende della NBA e dei suoi protagonisti è la mia massima espressione di libertà e divertimento.

 

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