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Backcourt: dove tutto origina

Negli ultimi giorni abbiamo avuto modo di apprezzare il ritorno in campo di Chris Paul dopo l’infortunio al ginocchio sinistro occorsogli nell’opener con gli Warriors e la ricomposizione al fianco di James Harden della nuova scintillante coppia di guardie degli Houston Rockets 2017-18. Il loro matrimonio è stato uno degli argomenti più sviscerati dell’estate, nei siti e social che si occupano quotidianamente di NBA. Finalmente, dopo l’antipasto fugace di alcune settimane fa, è arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti. Già, perché se la notizia del colpaccio del GM Daryl Morey ha fatto saltare dalla sedia molti addetti ai lavori e appassionati, ne ha fatti tornare altrettanti con i piedi ben piantati per terra al solo pensiero di come l’ex-Clippers possa co-esistere con il Barba. In special modo con la versione del Barba ancor più “iniziatore”, passatemi il termine, del gioco dei Rossi. Ma questo non è un nostro problema, o meglio, non intendiamo parlarne in queste righe. Lasciamo molto volentieri il compito a uno come Mike D’Antoni, più o meno da sempre abituato a salire e scendere dalle montagne russe, quanto a giudizi dati sul suo operato.

Ciò di cui ci preme disquisire in questa sede riguarda il cosiddetto backcourt, una parola inglese composta, che alcuni dei più attendibili traduttori online liquidano con una non meglio precisata “parte dietro del campo”, o metà campo difensiva. In realtà alcuni dei più grandi interpreti dei ruoli che compongono il backcourt sono anche stati e sono tutt’ora degli indefessi perforatori di retine. Per alcuni si potrebbe dire addirittura che l’ultima volta in cui hanno visto la metà campo difensiva sia stato sulla lavagna del coach quando la partita doveva ancora cominciare. Per backcourt si intende allora la coppia di guardie titolari di una squadra, coloro che in genere, anche in questo basket privo di ruoli e di mezze stagioni, stazionano nei ruoli definibili 1 e 2 sul perimetro disegnato all’interno dello scacchiere in legno incrociato dall’arco dei tre punti. Sono i primi a venir citati quando si va a snocciolare gli starting 5 a cui siamo più affezionati: siamo sinceri, alzi la mano chi, parlando degli azzurri del mitico Mundial dell’82, non inizi la filastrocca con Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea… ma parta dal pur ottimo Antognoni?

Da qui, il capoverso successivo si scrive da solo: abbiamo parlato di backcourt, abbiamo accennato alla fresca composizione di una delle combo potenzialmente più devastanti ma anche più enigmatiche – sempre restando aggrappati al malagevole versante delle supposizioni – degli ultimi tempi, per noi cresciuti con la sigla del Super Telegattone viene automatico pensare a una classifica. E, come il sentimentalmente insoddisfatto Rob Fleming, protagonista del libro “Alta Fedeltà” di Nick Hornby, cercheremo di mettere in ordine le nostre preferenze. A differenza del proprietario del Championship Vinyl, il fantomatico negozio di dischi di Londra del romanzo, però non proveremo a impilare le 5 fregature più memorabili di tutti i tempi in fatto di donne né la canzoni da mettere al proprio funerale, bensì geometri e ragionieri, ladri dell’America degli anni ’30 e perle, mamba neri e pesci, per citare, anticipandolo, solo il soprannome di alcuni.

Quello appena costituitosi fra Harden e CP3 potrebbe, fra qualche tempo, essere considerato come il miglior backcourt titolare di sempre?

La domanda è stupida, perché porta alla solita mole di considerazioni sul fatto che non si possano paragonare protagonisti di ere geologiche differenti ma il giochino è accattivante e soprattutto ci permette di ricordare alcune delle combinazioni play-guardia più entusiasmanti di sempre. Per comodità di esposizione abbiamo deciso di suddividere il campione di coppie, scelte assolutamente arbitrariamente dalla redazione, in ulteriori micro-categorie. L’unico vincolo è rappresentato dal fatto che nessun giocatore può comparire in più di un solo backcourt. Come ogni buona regola che si rispetti, anche questa presenta un’eccezione, costituita nel caso specifico dalla speciale nomination per Michael Jordan (come vedremo), poiché eccezionale è stata la sua parabola.

Definite le linee guida, possiamo cominciare. Da un’iniziale scrematura possiamo subito notare come l’epoca attuale sia ben rappresentata in quanto ad accoppiate di esterni assolutamente degne di nota. I suddetti Barba&CP3 infatti si vanno ad aggiungere al già ricco novero composto da autentici mattatori del parquet odierno. In buona parte si tratta di “rampolli” tirati su dalla stessa franchigia fin dalla loro stagione d’esordio. Mi riferisco alla temibile coppia di Maghi Wall&Beal, un connubio ben assortito, date le caratteristiche di catalizzatore, soprattutto in penetrazione, del primo e di bombardiere che potremmo definire quasi soave del secondo, meglio se dalla lunga distanza.
Penso a Lillard&McCollum, forse pound per pound l’asse play-guardia dotato della maggiore capacità realizzativa della lega. E non posso certo dimenticare il backcourt per eccellenza, se parliamo di basket nell’anno 2017, ovvero gli Splash Brothers, Curry&Thompson, per i quali ogni commento sarebbe superfluo. Insieme a loro anche la strana coppia – perché un francese e un argentino che uniscono i propri talenti all’ombra dell’Alamo non rientrano esattamente fra i cliché della NBA, nemmeno nella sua veste sempre più global – formata da Parker&Ginobili, oggi non più freschissima ma sempre in trincea e soprattutto discretamente accessoriata. Per finire Lowry&DeRozan, che non sono insieme fin dall’inizio ma che stanno dando un discreto contributo al vento che soffia dal North e che riunisce le genti fuori dall’Air Canada Centre nelle sere di maggio. Il backcourt titolarissimo degli Warriors e quello un po’ meno impegnato, in termini di minuti, degli Spurs ci introducono anche alla prima delle categorie che abbiamo deciso di trattare.

I backcourt più efficaci della Storia

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Con l’aggettivo efficace non vogliamo certo limitarci a indicare coloro che più di tutti sono riusciti a fare incetta di titoli. Il concetto di efficacia riferita ad un connubio sull’asse play-guardia racchiude in sé anche l’idea di amalgama delle caratteristiche dei singoli e il peso che tale unione di forze ha avuto nel raggiungere i risultati di squadra. Certo è che più Larry O’Brien hai alzato e più è probabile che le tue capacità siano servite alla causa. Ma procediamo con ordine. Gli Splash Brothers rappresentano da almeno un triennio una minaccia difficilmente arginabile. Da dovunque la si guardi, se ti appresti ad affrontarli, la coperta rimane corta. Se raddoppi su Curry, anche molto presto nell’azione, vieni punito silenziosamente da Klay. Solo in un’occasione, NBA Finals 2016, qualcuno è riuscito a inserire un sassolino nell’ingranaggio. Parker e Ginobili sono fra le coppie più vincenti di sempre. Negli anni buoni l’argentino avrebbe meritato il titolo di MVP delle Finals del 2005; il francese se l’è messo in tasca nel 2007. Combattendo fianco a fianco hanno vinto 4 titoli. Una precisazione doverosa va fatta però: sulle loro sorti vegliava sempre, serafico, un certo Tim Duncan.

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Se parliamo di argenteria, non possiamo prescindere da una doppia coppia di autentici pilastri della franchigia principe della Città degli Angeli. Non scherziamo, finito l’interregno di CP3, i lacustri presto invertiranno nuovamente i valori in città. Principiamo dalla coppia Fisher&Bryant. Entrati a braccetto nella lega nel lontano 1996, hanno condiviso un bel pezzo di strada insieme. Almeno fin quando a metà dei 2000 Derek decise di andarsene a cercare fortuna prima nella Baia e dopo fra i Mormoni. La necessità di vivere in una città dotata di un Centro Medico in grado di offrire le dovute cure alla figlia, malata di un cancro raro ad un occhio, lo riportò a Los Angeles, dove conquistò il quarto e quinto titolo al fianco del Black Mamba. Da sempre considerato uno dei pochi a poter parlare chiaro a Kobe, ne costituiva il naturale complemento, in grado di sopperire al probabile deficit di intelligenza emotiva cestistica espresso da un serpente velenoso e implacabile: la sua brutale spietatezza si abbatteva costantemente sulle teste degli avversari, di tanto in tanto sopra quelle degli stessi compagni. Loro ideali predecessori in maglia giallo-viola sono stati E.Johnson&Scott. Magic era l’anima dello Showtime, Byron il suo guardaspalle. Non che ne avesse bisogno, visto che all’occorrenza ha battagliato anche da centro in una gara di finale da rookie. Ma ai sorrisi copiosi di Magic facevano da contraltare le labbra serrate e le sopracciglia corrucciate di Scott. Ottimo difensore, capace di colpire da fuori, lo ricordiamo, fra l’altro, presentarsi a muso duro contro Rodman nella decisiva gara 6 delle Finals del 1988, terzo e ultimo titolo conquistato insieme a Magic Johnson conduceva il contropiede e alzava la palla, Scott spuntava dalla linea di fondo del Forum, prendeva il volo e schiacciava.

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Eterni rivali dei Lakers, anche se in un’epoca precedente allo Showtime, Cousy&S.Jones hanno attaccato insieme 5 stendardi di campione NBA al soffitto del Garden. Prototipo della point guard vecchia scuola il primo, di quei playmaker che chiunque abbia impugnato almeno un giorno la lavagnetta da coach vi dirà essersi tragicamente estinti, neppure si parlasse dell’alce del Caucaso (salvo poi constatare che Cousy faceva giocate spettacolari prima che lo spettacolo fosse realmente apprezzato), miglior realizzatore dei mitici Celtics il secondo. Sam Jones, uomo e giocatore dotato di grande etica del lavoro, si costruì una carriera molto solida: guardia di ottima produzione, la metteva da ogni mattonella del Garden, spesso con un bacio al tabellone. La sua fama non è sopravvissuta a quella più ingombrante di Cousy, Russell e Auerbach, se non fra i più fini conoscitori delle cose dell’epoca, ma Sam c’era e i vari West, Baylor e Co. se ne sono accorti.

Boston Celtics v Los Angeles Clippers

Il bianco-verde è il comune denominatore di un altro paio di backcourt che hanno lasciato a loro modo il segno. Se di Ainge&D.Johnson (2 anelli insieme) parliamo più tardi, sotto un’altra categoria, Rondo&Allen incrociavano a meraviglia le loro, diverse, caratteristiche. Insieme hanno vinto soltanto un titolo, quando Rajon era solamente un secondo anno e Ray formava i Big-Three con Pierce e Garnett. Tuttavia le doti di incursore e di lottatore di Playoff Rondo ben si sono sposate nel corso degli anni con la perfezione del gesto tecnico al tiro di Allen. Allen poteva comparire anche in coppia con Sam “I Am” Cassell, in maglia Bucks, nel gioco che stiamo facendo. Abbiamo scelto invece la sua combinazione con Rondo, lasciando a Cassell la convivenza con un altro signore.

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Dal Massachusetts ci spostiamo in Pennsylvania ed arriviamo alla combo Cheeks&Toney. L’uomo chiamato Mo è rimasto nel cuore degli abitanti della Città dell’Amore Fraterno la mente del titolo del 1983. Di Andrew Toney trascrivo il commento del competente NBA analyst Matthew Maurer:

Il tiro di Richard Hamilton, il trattamento di palla di Travis Best, la competitività di Kobe Bryant, l’abilità di passaggio di Mike Bibby, il killer instinct di Reggie Miller… in due parole, Andrew Toney.

Filtrando l’evidente infatuazione di Maurer, stiamo parlando di uno che era stato soprannominato “The Boston Strangler”, praticamente l’incubo di una squadra comunque vincente in quegli anni.

NBA Finals Game 3: San Antonio Spurs v Detroit Pistons

Di diritto fra i backcourt più efficaci della Storia rientra quello composto da Billups&Hamilton. Quei Pistons, capaci di surclassare i Lakers di Kobe e Shaq, erano un mostro a cinque teste, ma quando Rasheed sceglieva di uscire in ciabatte, ce n’erano due che sporgevano più delle altre. Potremmo inserire nella lista anche Harper&Jordan, co-abitanti del backcourt dei Bulls del secondo Three-peat, ma andiamo con le parole dell’allora compagno, adesso allenatore degli Warriors, Steve Kerr: mettiamo Jordan&anybody. Questa era l’eccezione a cui avevamo accennato. Mettetegli accanto chi volete e il backcourt resta fra le nomination per il premio grosso. Infine, forse il backcourt più efficace fra tutti quelli appena ricordati: Thomas&Dumars.

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L’asse play-guardia dei Bad Boys che misero tutti in fila sul finire degli anni ’80 rappresenta nell’immaginario comune l’esempio più caratteristico di backcourt di successo. Isiah, detto Zeke, giocando su una caviglia sola a causa di un infortunio, segnò 25 punti in un quarto di una gara di finale del 1988 contro i Lakers. Joe era considerato dal Jordan di cui sopra il miglior difensore sulla palla che avesse mai incontrato, l’unico a costringerlo a cambiare stile di gioco. Forse il duo meglio assortito. Di sicuro, rispetto ad altri che hanno vinto di più, aveva un peso specifico maggiore nei risultati della squadra. Per perorare ulteriormente la loro causa, il backcourt Thomas&Dumars, non sfigurerebbe neppure in vetta alla categoria successiva.

I backcourt più “ignoranti” della Storia

L’enciclopedia Treccani al punto 2b della voce “ignorante” recita:

privo dei principi della buona educazione, villano

Ecco, stiamo parlando di giocatori rozzi (nel senso di “non rispettosi delle buone maniere”), che non sempre si sono comportati in maniera propriamente ortodossa, sfociando a volte in vere e proprie manifestazioni di talento irriverente, oppure di quelli per cui in certe sere poteva sembrare che il gusto del viaggio valesse più della soddisfazione della meta raggiunta. No, il rispetto non è direttamente proporzionale alla quantità di vittorie o di trofei conquistati, bensì a quanto in basso si riesca a far sprofondare l’autostima dell’avversario di turno, fosse anche soltanto per una manciata di azioni. Possiedono quei difetti che ai primi della classe sono sconosciuti, ma che suscitano empatia nel pubblico. Sono dannati ma terribilmente attraenti. Al campetto non vai senza una delle loro maglie, per sentirti più figo.

Golden State Warriors

Cominciamo con T.Hardaway&Richmond, due che insieme all’Hall of Famer Chris Mullin, all’alba dei ’90s – gli anni ignoranti per eccellenza, formavano a Golden State un trio di scorer inarrestabile, conosciuto come “Run TMC.” Prima di Curry-Thompson-Durant nella Baia non si faceva che ricordarne teneramente le gesta, come fosse un animale maestoso, ormai estinto: nella metà campo offensiva per un paio di stagioni hanno messo gli avversari degli Warriors nel frullatore senza mai staccare la spina. Timmy Bug era titolare del killer crossover che forse ha spezzato più caviglie nella lega, Mitch Richmond dava la sensazione di unire, come pochi prima di lui, compattezza del fisico e fluidità di tiro, tanto che pareva non avesse fatto altro (che segnare a ripetizione il jumper) da quando aveva mosso i primi passi a Fort Lauderdale, praticamente la Venezia d’America. Dieci anni più tardi un’altra combo di guardie irriverenti fece innamorare per non più di un lustro gli appassionati di Houston: sto parlando della coppia alquanto ignorante formata da Francis&Mobley.

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Stevie Franchise aveva nel soprannome (franchigia) tutto il peso delle aspettative che la città, fresca reduce dal Big Three fallito con Drexler-Barkley-Olajuwon, riponeva sull’ex-Maryland. E infatti nelle sue primissime stagioni nella lega fu un oggetto di assoluto culto, grazie alle sue costanti evoluzioni sopra al ferro partendo da 190 centimetri di altezza. Il nativo di Silver Spring pareva avesse le molle ai piedi in alcune serate. Come una dinamo trasformava il lavoro meccanico dei compagni in pura elettricità. Il compagno Cuttino invece, partendo da un nome di battesimo che faceva pensare più a un criceto domestico che a un baller NBA e dalla 41esima chiamata assoluta al draft del 1998 (steal, se ce n’è mai stato uno), era capace di esplosioni realizzative difficilmente contenibili. Adesso, poiché non è mai stato banale in vita sua, gestisce un dispensario medico a Providence, nel Rhode Island, e procura marijuana a chiunque ne abbia bisogno per fini curativi. Nei giorni da giocatore, il suo mancino procurava seccature a chiunque provasse a limitarlo. Insieme portarono ai Rockets una sola, fugace, apparizione nella post season, allorché nel 2004 furono estromessi al primo turno dai Lakers.

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Diametralmente opposto il bottino ottenuto in maglia giallo-rossa da un altro backcourt: K.Smith&Maxwell. Entrambi figuravano nel roster della Houston del back-to-back del biennio 1994-95, quello della sbandata momentanea di Jordan per il baseball. Kenny The “Real” Jet Smith è ricordato soprattutto per la tripla che forzò l’overtime, completò la rimonta da -20 e pose Nick Anderson di fronte al – di lì in avanti – quesito amletico dei tiri liberi, nella decisiva gara 1 di finale del 1995, quella che segnò irrimediabilmente il decorso di quella che doveva essere una dinastia annunciata: i Magic di Penny e Shaq. Per la cronaca il Jet quella sera ne mise 7 di triple. Di Maxwell basterebbe il soprannome: Mad Max. Nella seconda corsa la titolo saltò quasi tutti i playoff per colpa di un infortunio al tendine patito durante il primo turno ma la lista delle sue malefatte è lunga, tanto che avrebbe potuto insegnare a gente come Rasheed Wallace o Ron Artest l’arte dello zuccone in canottiera e pantaloncini: dal chewing gum e cubetti di ghiaccio lanciati all’arbitro al pugno rifilato dopo la risalita sugli spalti a un turbolento tifoso di Portland, ben prima del famigerato Malice At The Palace. In mezzo alcune perle di talento grezzo, come i 31 punti nel secondo tempo di gara 3 del secondo turno contro Phoenix nel 1994 quando i suoi erano sotto 0-2 nella serie o la tripla decisiva nel quarto quarto di gara 7 delle finali 1994, quella della corsa a centrocampo col pugno alzato prima di finire a terra ed essere ricoperto dai compagni. Non ha avuto la stessa fortuna, in quanto MJ aveva deciso di rimpossessarsi del basket, un’altra coppia di guardie della Western Conference: Payton&Hawkins.

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Hersey Hawkins, dopo essere stato per qualche stagione il secondo di Barkley in un’edizione dei Sixers che staccava il biglietto per i playoff su base regolare, ha ricoperto un ruolo rilevante nei Sonics che persero in finale contro i Bulls nel 1996. Solida shooting guard, traeva beneficio dagli spazi creati dalla preoccupazione generata nelle difese avversarie dalle zingarate di Payton e Kemp. Proprio The Glove rappresenta forse il villano per antonomasia. Posto che Jordan sia il primo della classe, Payton con la difesa asfissiante, grazie alla quale tenne MJ a 3 gare di Finals consecutive sotto i 30, e la lingua lunga che sempre lo accompagnava sul campo, rappresenta efficacemente il compagno un po’ discolo. D’altra parte per uno cresciuto con i duri insegnamenti del padre Al e le sfide con Demetrius “Hook” Mitchell, il più grande giocatore della storia dei playground di Oakland, i Bulls del Three-peat devono esser sembrati dei cadetti.

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Spostandosi un po’ più a est troviamo l’accoppiata Cassell&Sprewell. Ed ecco svelato il compagno che abbiamo affibbiato a Sam “I am.” Ci sembrava quello che più di tutti si avvicinasse al suo livello di ignoranza. Ormai entrambi sopra i 33, offrirono a KG l’unica chance di titolo, nell’anno 2004, del suo periodo in Minnesota. Sebbene uno non fosse più il videogioco umano di un tempo, e l’altro vedesse vicina la striscia dell’arrivo (della carriera), si arresero solo ai Lakers in finale di Conference. Tutto ciò, nonostante la presenza di Olowokandi.

Gli anni 90, lo abbiamo già detto, sono fra i decenni che forse più di altri hanno esaltato l’importanza di avere una combinazione 1-2 di rilievo. Possiamo passare in rapida carrellata, ma non per ordine d’importanza nella storia del Gioco, Van Exel&E.Jones dei Lakers pre-Kobe, M.Jackson&Miller che contro Kobe, ma soprattutto contro Jordan hanno visto infrangersi i loro sogni di gloria e D.Harper&Starks, che di quest’ultimi erano acerrimi rivali. Eddie Jones ha fregato molti appassionati facendo credere loro di essere di fronte a The Next MJ, Nick “The Quick” era capace di infiammarsi in un attimo. Furono testimoni dell’inizio di carriera di Bryant ma poi fecero le spese della sua incalzante richiesta di spazio. Prima di Kobe però elettrizzavano il Great Western Forum. Il nativo di Brooklyn, Mark Jackson abbinava perfettamente le proprie caratteristiche da metronomo (quarto per assist totali ogni epoca) alle doti balistiche, oltre che sceniche di Hollywood Miller, forse la minaccia più grande di sempre da oltre l’arco. Che non abbiano mai vinto l’anello è soltanto un dettaglio, dato che si sono trovati dalla parte sbagliata della Storia in almeno un paio, se non addirittura tre (i suddetti Magic di Penny e Shaq sono la terza insospettata), circostanze differenti. Harp viene ricordato forse più per essere stato il beneficiario di un generoso fischio di Hollins che fece avanzare i Knicks a discapito dei Bulls, orfani di Jordan, nei playoff del 1994 ma a quell’edizione dei blu-arancio portava in dote una discreta dose di orgoglio e tenacia. Il Ninja ha vissuto una carriera di alti e bassi. Undrafted una volta uscito dal college, si è guadagnato la possibilità di diventare un Knicks e di restare tale per un cavillo del regolamento che voleva che non si potessero tagliare giocatori infortunati. Starks era in prova, dopo una breve e non indimenticabile esperienza a Golden State. Aveva scarse possibilità di fare la squadra. In un allenamento provò a schiacciare in testa a Pat Ewing. Il tentativo non andò a buon fine e John finì per girarsi un ginocchio. Questo gli dette la possibilità di restare e riprovare, fino ad ottenere la fiducia di coach Riley e il rispetto del Madison Square Garden. Giocatore duro, tiratore di striscia, capace di giocate spettacolari al ferro, divenne un idolo in città, uno nel quale potersi facilmente identificare. Il suo momento più alto coincise con la schiacciata su Horace Grant, Michael Jordan e un paio fra fisioterapisti e massaggiatori dei Bulls durante le finali di Conference del 1993; quello più basso con l’impietoso 2-18 (0-11 da tre) con cui scomparve dal campo nella decisiva gara 7 di finale del 1994. Potete chiamarlo bust o eroe, ma non potete ignorarlo se si parla di basket americano anni ’90.

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Una coppia di duri controllava il perimetro dei Celtics della seconda metà degli anni ’80. Se Bird, McHale e Parish erano gli uomini copertina di quella Boston, quando l’NBA iniziava ad essere trasmessa anche in Italia, Ainge&D.Johnson dettavano i tempi di gioco dal backcourt. Combattivo come pochi altri, Danny non ha mai fatto un passo indietro, neppure quando gli si è parato davanti minaccioso il ben più carenato, quanto a tonnellaggio, Three Rollins. I Celtics però venivano dagli anni del Boston Strangler di cui sopra – Andrew Toney – che in almeno un paio di edizioni di playoff li aveva letteralmente massacrati. Avevano bisogno di un difensore puro per marcare le grandi guardie realizzatrici della Eastern Conference, e DJ era il prototipo di quel tipo di giocatore. Persino le ingenti occhiaie che il “rosso” portava sul parquet suggerivano agli avversari di tenersene alla larga. Anima e corpo dei bianco-verdi, al pari dei Big Three, vinsero insieme due anelli. Disquisendo di occhiaie e di capelli rossicci, ci trasciniamo così verso l’ultima categoria: alcuni a quell’agognato anello sono alfine arrivati, altri si sono dovuti arrestare un po’ prima. Questo non scalfisce in alcun modo il piacevole ricordo che ancora oggi suscitano.

I backcourt più romantici della Storia

Il Romanticismo nella Pittura, a differenza del Neoclassicismo, al quale succede in linea cronologica, rivaluta la sfera del sentimento, della passione e dell’irrazionalità, a discapito della razionalità umana, caposaldo del movimento precedente. Invece che su regole e metodo si pone l’accento su ispirazione e genio. Uno dei temi più cari ai pittori romantici è rappresentato dal concetto del Sublime. Secondo Edmund Burke, filosofo irlandese, il Sublime non nasce dal piacere suscitato dalla misura e dalla forma conferita a un oggetto, ma trova la sua ragione d’essere nei sentimenti di paura e di orrore suscitati dall’infinito, dall’eccesso. Si parla di sentimenti come smarrimento, angoscia, meraviglia di fronte alle manifestazioni grandiose e terribili della natura. Di sicuro serpeggia una certa nostalgia per un’epoca dai più percepita come aurea. E spesso infatti in questo capitoletto compariranno giocatori del passato. Ma sono interpreti il cui genio strisciante trova una connessione quasi sotto pelle con il nostro gusto per il basket. Non ci interessa troppo la prova del campo, li apprezziamo quasi per un atto di fede. Per primi vado a citare Frazier&Monroe, forse perché ne ho già parlato prima di ora, forse perché se riesci a farcela a New York, allora puoi farcela ovunque. Walt divenne un autentico personaggio di culto nella turbolenta scena newyorkese dei ’70. Era un playmaker sopraffino, ma è stato anche, negli anni, modello, pescatore, commentatore, costruttore, filosofo, orticoltore e chi più ne ha, più ne metta. Era soprannominato Clyde per essere entrato un giorno in spogliatoio con il borsalino in testa alla Warren Beatty del film Gangster Story, per l’appunto sulla storia di Bonnie e Clyde. Come Clyde rubava, solo che invece delle rapine romantiche con l’amata commetteva steals. Come disse il compagno Bill Bradley:

aveva le mani più veloci della lingua di una lucertola.

Possedeva una Rolls Royce del 1965 bordeaux e beige con pneumatici a fascia larga bianca da gangster. Per questo quando arrivò dai Baltimore Bullets l’avversario di sempre, Earl “The Pearl” Monroe, divennero “The Rolls Royce Backcourt.” Nella decisiva gara 7 delle finali del 1970, quella del cameo iniziale di un eroico Willis Reed (fermatosi nella 5 per uno stiramento al legamento dell’anca), segnò 36 punti, non sbagliando praticamente nulla. Al compagno Black Jesus, il nome che si era guadagnato a forza di predicare nei playground di Philadelphia, dobbiamo molte di quelle cose che rendono il gioco decisamente accattivante e mai banale: lo spin move, l’esitation e la classica giocata per creare separazione dal difensore subirono un’impennata nel loro utilizzo negli anni di Monroe. Parlando del loro connubio, Frazier disse una volta:

lui è il fuoco ed io il ghiaccio.

Insieme regalarono ai Knicks il secondo ed ultimo titolo della storia. Avversari in quelle finali del 1973 erano altre due guardie della nostra trattazione: West&Goodrich. Jerry West è abbastanza facilmente riconoscibile come un’icona del Gioco, tanto da essere ritratto ancora oggi, seppure abbia dichiarato più volte di poterne fare tranquillamente a meno, nel logo della lega. Era detto anche “Mr Clutch” perché la sua efficacia, già piuttosto altina di norma, tendeva a salire nei momenti ancor più caldi dei finali di gara. Possedeva un jump shot letale, al quale abbinava una tenacia nella metà campo difensiva che non è scontato riscontrare in chi possa permettersi di portare a giro tutto quel talento. Per tutta la carriera è stato ossessionato dalla necessità di raggiungere la perfezione. Purtroppo la sua parabola cestistica può dirsi alfine tutt’altro che compiuta: ha fatto incetta di titoli e riconoscimenti individuali ma al momento di alzare il Larry O’Brien c’erano sempre i Celtics di mezzo. Proprio le sconfitte contro la dinastia bianco-verde di quegli anni divennero fonte di tormento per il nativo di Chelyan, in West Virginia. Resta però l’unico giocatore ad aver mai ottenuto il premio di MVP delle finali da sconfitto. Gail Goodrich può essere considerato il vero orgoglio della Città degli Angeli: losangelino, nato e cresciuto a L.A., scuola superiore alla Polytechnic High School di Sun Valley, college a UCLA, carriera NBA con la maglia giallo-viola dei Lakers, anche se passando per l’Arizona e finendo in Louisiana. Autentico protagonista della cavalcata del ’72, pensate cosa volesse dire avere un attaccante del genere nella squadra di West e Chamberlain…

Facendo un salto di 20 anni, torniamo nella NBA di Jordan. Mai come in questo caso è corretto appellare così la lega. I prossimi due backcourt comprendono alcune delle più illustri vittime del miglior giocatore ogni epoca. Se per il duo di Portland Porter&Drexler è appropriato parlare di vita cestistica anche pre-Bulls di MJ, visto che in 10 anni insieme in Oregon approdarono in finale, senza fortuna, anche nel 1990, quando furono i Bad Boys di Detroit a stroncare le loro velleità di successo, i Jazz della coppia Stockton&Hornacek rappresentano l’esempio da manuale della definizione, un po’ riparatoria, un po’ paracula, di “primi fra i comuni mortali.” E vedendoli in pantaloncini, parevano davvero persone comuni che avevano tolto giacca e camicia per giocare la partitella aziendale del venerdì sera. Solo che John, da buon geometra, ha concluso i suoi 19 anni di onorata carriera come leader all-time per assist totali, e con buona probabilità lo resterà per molto. Jeff, il ragioniere, era sul campo l’epitome del concetto di efficienza, intesa come capacità costante di rendimento e di rispondenza alle proprie funzioni o ai propri fini. Molto più prestante fisicamente, ma fatto della stessa caparbietà, Terry Porter guidò una della compagini più forti del primo lustro dei ’90. Il play da University of Wisconsin – Stevens Point era il leader razionale della squadra, Drexler quello “siderale.” Sì, perché The Glide passava più tempo per aria che appoggiato sul parquet. Il curioso soprannome rimandava infatti alla sua abilità di volteggiare in aria per lunghi tratti, quasi planando orizzontalmente verso il canestro. Drexler era un attaccante completo, per qualità tecnica e doti atletiche forse l’unico che poteva dialogare con His Airness senza sfigurare troppo.

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Qualche anno dopo, un po’ più a sud, in Georgia, Mookie Blaylock e Steve Smith univano le proprie forze per porre le basi per dare l’assalto alla vetta della Eastern Conference. Il primo aveva un istinto innato per le palle rubate, il secondo dimostrava di aver ben imparato la lezione sulla esitation di Monroe e si apprestava ad insegnare ai suoi contemporanei la sopraffina arte del tiro. Resero gli Hawks praticamente abbonati alla post season. Mookie Blaylock ebbe il tempo anche di ispirare il primo nome di una band, ovviamente Grunge, emergente di Seattle, che tempo dopo avrebbe virato per il più evocativo Pearl Jam.

Uno che idealmente può essere inserito sul solco, ben poco battuto, tracciato da Stockton è sicuramente Steve Nash, anche se il canadese era provvisto di maggiore perizia da un punto di vista prettamente realizzativo rispetto allo stratega di Utah. Accanto a Finley, ha cercato in ogni modo nei primi anni 2000 di regalare a Cuban il degno compimento per i suoi ingenti investimenti. Steve era il genio visionario di quei Mavs, Michael un solido e spettacolare realizzatore. Insieme a Nowitzki costituivano un trio che garantiva ottime prospettive. Purtroppo non sono mai riusciti a superare la casella Spurs nel cammino verso la gloria. Troppo competitiva quella Western Conference.

Bonus Track: il backcourt più tecnico della Storia

Consentitemi una chiosa finale, che ha molto di personale.
Dopo i tantissimi nomi, sicuramente opinabili, scorsi in queste righe, ho voluto lasciare in fondo il backcourt che, a mio modestissimo parere, può essere considerato forse il più tecnico della Storia. Tecnico perché difficilmente troverete fra le pieghe dei 70 anni di vita della NBA, pur ricchi di ogni genere di abilità, spinta oltre i limiti del percepibile, quattro mani più affidabili di queste, alle quali consegnare il vostro spalding per averne indietro il trattamento che merita. Sto parlando di Kidd&A.Hardaway, un duo che abbinava come non mai doti di gestione della palla e intuizioni sublimi all’interno del rettangolo di gioco a una taglia fisica superiore ai pari ruolo.

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Uno come Penny non si era mai visto prima e non si sarebbe più visto dopo. Dall’alto dei suoi 201 centimetri comandava il gioco dei giovani Magic, forse la più grande promessa non mantenuta della NBA. Quando però gli veniva richiesto di segnare in prima persona, lo poteva fare eccome. E in ogni modo. Chiedete agli Heat. Sua Maestà Michael Jordan lo considerava uno degli avversari più credibili che avesse nella parte conclusiva della sua carriera. Magic Johnson una volta disse, parlando del ruolo di playmaker nella NBA di allora:

Prima c’eravamo io e Isiah, adesso c’è Penny che salta come me e Isiah messi insieme.

Peccato che la sfortuna si mise di mezzo pesantemente, regalando al povero Anfernee una storia di infortuni al ginocchio invidiabile, culminata in due paroline che in quegli anni costituivano lo spauracchio di ogni giocatore di basket: microfracture surgery.

Da allora, almeno atleticamente, non è più stato lo stesso e la sfortuna ci ha tolto la possibilità di godere di una delle carriere probabilmente più entusiasmanti di sempre. Però una serie di circostanze ci ha regalato almeno un anno intero di Penny e Kidd insieme ai Suns: uno spettacolo senza pari per gli spettatori della America West Arena. Hardaway, liberato dai compiti di regia, poteva guardare con maggiore brama il canestro, Kidd armava con gioia e in modi sempre fantasiosi la mano del compagno, oltre a quelle di Cliff Robinson, Gugliotta, Rogers e di un giovanissimo Shawn Marion. La loro corsa si fermò soltanto al cospetto dei Lakers, che si apprestavano a completare il percorso verso il primo anello dell’Era Kobe-Shaq. Prima dei Lakers però i Suns avevano avuto ragione dei Campioni in carica dei San Antonio Spurs, in una serie di primo turno intensissima, anche se giocata dai nero-argento senza Tim Duncan. Quello che conta però non sono i freddi risultati in questa narrazione. Conta l’impressione di eleganza e fluidità lasciata da quei due al sole dell’Arizona, un piacere per i palati più fini.

Giunti al termine di questa lunga elencazione, mi scuserete se mi sono dimenticato qualcuno: troppi interpreti hanno lasciato il segno della Storia di questo gioco. Quella che avete letto in queste righe è soltanto una possibile visione dei fatti, su un tema a me caro come il backcourt, la zona del campo dove tutto ha inizio.    

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Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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