NBA: Milwaukee Bucks at Houston Rockets

L’anno di CP3

Come sempre, nella vita, episodi e decisioni incidono sul nostro presente e futuro. Lo stesso avviene nel basket, non sempre per volontà dei diretti interessati, ma spesso di altri attori protagonisti. Nella NBA questi possono essere gli allenatori, i GM o…direttamente il commisioner!

A suo tempo il ruolo più importante ma anche delicato nella guida della lega professionistica più conosciuta (e ricca, in tutti i sensi) al mondo, era l’avvocato David Stern. Trade che coinvolge New Orleans e Los Angeles Lakers e, tra i vari, Chris Paul con la valigia pronta per l’atterraggio a LAX. L’atterraggio effettivamente avvenne, e pure all’aeroporto giusto. Peccato che la maglia indossata nelle successive stagioni non fu però quella purple&gold, ma quella dei cugini Clippers. Volontà dello Stern di non “sbilanciare” la lega, o ufficialmente di non consentire una trade alla franchigia (New Orleans) in quel momento direttamente controllata dall’Olympic Tower, che appariva come non vantaggiosa.

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Di quello che poteva essere – e non è stato – nella L.A. più famosa e vincente non possiamo sapere alcunché. Certo avrebbe solleticato e non poco, e non solo i fans dei Lakers, l’idea di avere dalla stessa parte CP3, Kobe e gli altri. Gli altri meno Lamar Odom, se è vero che l’ex-commish ha successivamente rivelato che dopo il no iniziale ci sarebbe stata la possibilità di intavolare un nuovo scambio, proprio perchè il rifiuto non era un qualcosa contro i Lakers: Houston pronta a cedere Kyle Lowry a New Orleans (per rimpiazzare lo stesso Paul), qualche prima scelta e Lamarvelous coinvolti, e l’ex-Wake Forest a El Segundo, a battagliare con la Miami di LBJ-Wade-Bosh per l’anello. Kupchack, allora GM dei Lakers si fece “prendere dal panico”, parole dello stesso Stern, e cedette Lamar a Dallas facendo saltare tutto.

Scaricabarile se ce n’è uno, o meno, andò a finire che Paul prese la via della Città degli Angeli, ma con l’altra maglia.

Clippers Era

NBA: Washington Wizards at Los Angeles Clippers

Gli anni a L.A. sono stati a volte esaltanti, altre volte frustranti per Chris, di certo non vincenti. Eppure il nostro i crismi del leader li ha sempre avuti, dalla famosa gara in cui segnò gli stessi punti degli anni del nonno, appena scomparso e figura fondamentale nella vita del giovane Paul. La L.A. “secondaria” ha goduto per anni di una strutturazione tecnica che prevedeva i due lunghi Griffin e DeAndre Jordan, coppia sulla quale sicuramente è stato investito tutto, ma che altrettanto non ha dominato, per carenze proprie o della stessa struttura pensata dal coaching staff, come avrebbe dovuto. Paul era il direttore d’orchestra di una squadra a metà strada – un po’ come le rock’n'roll bands di inizio anni 90, troppo ancorate negli 80′s e non abbastanza grunge per quello che stava succedendo il quel periodo storico – tra un basket già vecchio e quello del 2018 del quale “godiamo” noi attualmente, sempre che vi piaccia…of course! Il rapporto con Doc Rivers, che ha sempre visto in CP3 un allenatore in campo e che al di là dell’indubbia preparazione ne ha sempre fatto un discorso di gruppo, amalgama e spogliatoio (il famoso concetto dell’allenatore afro-americano che lega con i propri giocatori anche se non soprattutto per le origini in comune e di conseguenza un’accettazione da parte dei giocatori e un rispetto che veniva a mancare in altre situazioni) come dimostrato ai Celtics, corsa al 17° banner inclusa, si era ormai deteriorato. A Chris non restava che fare nuovamente le valigie, con l’età che avanza, in direzione di un’altra tappa della propria carriera, quella che si augura potrà regalargli l’unica cosa che gli manca: un anello NBA.

Pesce fuor d’acqua?

L’arrivo in estate a Houston ha fatto da eco ad altri trasferimenti “di lusso”: scambio IT-Kyrie, PG e Melo ai Thunder. Sicuramente, sulla carta, si andava formando un backcourt straordinario. James Harden aveva appena sfiorato il titolo di MVP (ma come sarebbe stato possibile non darlo a Westbrook, per la cronaca anche in questa stagione a 0.4 rimbalzi dalla seconda annata consecutiva in tripla-doppia di media?) e a molti il gioco targato D’Antoni-Morey cominciava a sembrare qualcosa più di un’attrazione folkloristica per scienziati pazzi prestati alla palla a spicchi.

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Come poteva però inserirsi Paul in tutto questo? Intanto la condivisione della palla, la spartizione dei possessi con il Barba, non per forza facili da decifrare e da traghettare dalle dichiarazioni ovviamente concilianti dell’estate al campo di ottobre. E poi le caratteristiche individuali: già c’era James a fermare l’attacco con licenza di palleggio continuato e 1vs1, mentre il proprio coach predica l’extra-pass fino all’eccesso (“ball takes energy”), figuriamoci affiancargli un altro accentratore, almeno come tempo di possesso palla e numero di palleggi, pur con una concezione diversa del playmaking utile alla squadra.

Eppure, e nonostante gli infortuni che hanno riguardato un po’ tutti i principali protagonisti del roster, Paul c’è riuscito. Più lui nell’adattarsi a Harden e in generale ai Rockets che il contrario, a dire il vero.

Quello che mancava a Houston

I Rockets per volere del suo GM prima ancora che del proprio allenatore schifano completamente il mid-range. Un rifiuto netto, categorico, di principio. Tiro da tre, possibilmente dall’angolo, o tutti al ferro. Ormai lo sappiamo e ce l’hanno raccontato – ma soprattutto messo in mostra in queste stagioni i giocatori stessi – in tutte le salse. Un basket basato sui numeri, sull’essenzialità di segnare un punto in più dell’avversario, anche perchè, fino all’arrivo di CP3, né il principale giocatore della franchigia né il coach avevano mai dato tanta importanza alla metà campo difensiva, di certo non con la stessa attenzione rivolta a quella d’attacco. E quindi… belli i Suns di Steve Nash e Amar’e, pur giocando un basket diverso ma con punti filosofici in comune con i Rockets attuali e tutte le squadre allenate dall’ex Olimpia Milano, però di vincere così non se ne parla. E non lo dico io ma i fatti. Dobbiamo (sbagliando e non di poco) prendere come squadra simbolo e da emulare i Warriors? Beh vediamo cosa fanno nella propria metà campo, prima di pensare che siano solo dei tiratori da 9 metri.

Paul ha cambiato la mentalità della squadra. Le maglie in difesa si sono strette, e anche Harden almeno a tratti, e ci auguriamo con costanza nei playoffs, s’è messo a piegare le ginocchia. D’Antoni ha trovato poi in Capela il vero punto cardine del proprio gioco, sotto entrambi i canestri. E Chris, in attacco, è andato avanti a fare quello che meglio gli riesce: yo-yo in palleggio, arresto e tiro dai 5 metri…swissshhhhhh!

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E non è che i Rockets hanno dovuto concedere questo a Paul: se l’è preso! Ha fatto valere le sue qualità di leader vocale e tecnico, in campo ha messo le sue caratteristiche al servizio della squadra, alternandosi sì nei possessi al Barba, ma giocando anche da perno insieme alla second unit, e ovviamente insieme ad Harden, in particolare nei momenti cruciali delle partite. Ha migliorato le percentuali da tre punti (38.7 contro 37.2 in carriera), rendendosi pericoloso anche da dietro l’arco, condizione comunque indispensabile se fai parte di un backcourt d’antoniano. Ha un Offensive Rating di 127 e il Defensive di 105, parametrati su 100 possessi. Ha soprattutto 32 anni…

Questo, dunque, è l’anno. OK3 o meno…Big4 dei Warriors o meno… Poi non vincerà, forse, e torneremo ad elencare i grandi play della storia che hanno finito la carriera…ringless (Stock, Nash, ecc.), ma per quel che mi riguarda Christopher Emmanuel Paul la sua sfida l’ha già vinta. Ha sconfessato gli integralisti, ha portato il suo “vecchio” basket in quello considerato del futuro, ha riempito quel fantastico vuoto dove i puristi dicono si giochi la vera pallacanestro, tra i 3 e i 7 metri, e fosse anche solo per questo il mio MVP 2018 è lui.

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Andrea Pontremoli

Andrea Pontremoli

Ex-giocatore e poi allenatore di settore giovanile, collaboratore dal 2005 e in seguito capo-redattore NBA per All-Around.net. Partecipa con un suo racconto al libro "All-Around: 12 storie 1 passione" (Orizzonti Editore) ed è autore del testo "Il triangolo sì...io lo rifarei" sullo studio e l'utilizzo della Triple-post Offense di Coach Tex Winter.

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