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All Star Weekend in review

Bello o brutto, brillante o noioso, routinario o innovativo, anche quest’anno la Lega si è messa alle spalle l’All Star Weekend e si appresta ad entrare nel vivo della stagione con la corsa a quelle posizioni che consentiranno alle franchigie della Eastern e della Western Conference di dar vita alla griglia di partenza dell’edizione 2018 dei Playoffs.

Da Boston a Los Angeles, un viaggio lungo sessantasette edizioni che ha visto cambiare, per la prima volta nella storia, il formato della partita della domenica: non più la classica sfida fra Conference, ma l’innovativo sistema del Draft coordinato dai due capitani (i più votati dai tifosi) ai quali è stata data la responsabilità di scegliere su che cavalli di razza puntare.

Ma andiamo per ordine, mi perdonerete il fatto di aver fatto partire il mio personale All Star Weekend con il Rising Stars Challenge, – trattato ieri nel dettaglio da Francesco Cavallo – tralasciando il Celebrity Game, e la quarta edizione del Team Usa (in tenuta che faceva molto UCLA ) vs Team World, aveva tutte le carte in regola, visti gli attori protagonisti, per affascinare i tifosi bramosi di vedere all’opera il futuro della Lega. Ben Simmons e Joel Embiid su tutti da un lato e Donovan Mitchell con la Jay Connection di Boston dall’altro, sembravano garantire, o per lo meno far pensare, ad una sfida ad alto punteggio (e così è stata), ad alto livello di spettacolarità (e cosi è stata) ed equilibrata (beh su questo ci dovranno lavorare l’anno prossimo). Se si escludono i lampi di Donovan Mitchell con la schiacciata auto assistita con l’aiuto del tabellone e alcune escursioni sopra il ferro del rookie di Atlanta John Collins e di Jaylen Brown (particolarmente preciso anche dietro l’arco) la partita ha avuto fin da subito una padrona ben precisa: la legione Europea.

I ragazzi del vecchio continente non riescono proprio ad abituarsi al “vivi e lascia vivere” che dovrebbe avvolgere l’intero Week-End delle stelle e pur non facendo niente di trascendentale non si sono privati mai, ne di difendere quando le operazioni si svolgevano nella loro metà campo, ne di eseguire quando l’azione si spostava sotto il canestro avversario. Dario Saric, Lauri Markkanen, Domantas Sabonis e Bogdan Bogdanovic hanno preso in mano le redini del Team World, se poi al loro fianco ci aggiungiamo i due gioielli di Philadelphia Ben e Joel ecco che le speranze di Team USA si sono spente ancor prima di accendersi. Il solo Jaylen Brown, che ha chiuso con 35 punti a referto e due “between the leg” mozzafiato, non è riuscito a tener testa agli International e la partita si è chiusa con un perentorio 155 a 124 senza diritto di replica. L’MVP della competizione ha preso la strada della vicina Sacramento ed è stato assegnato al  rookie, ex compagno del nostro Gigi nazionale, Bogdan Bogdanovic che, con sette triple mandate a segno, ha rubato la scena ai Buddy Hield e Jamal Murray affaccendati a far correre la statistica dei punti.
Il mio MVP personale va però a Joel Embiid come attore non protagonista in grado di illuminare lo Staples con una singola giocata da guardia pura, con finta di tiro dall’arco per ingannare il difensore e partenza fulminea chiusa con girata e affondata bimane. Non pervenuto invece il padrone di casa Brandon Ingram che si aggiudica il mio “peggiore in campo” e dal quale in realtà mi aspettavo molta più vivacità.

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Archiviata la terza vittorie su quattro edizioni della squadra del resto del mondo contro quella statunitense, i riflettori si sono accesi sull’All Star Saturday; solita procedura con lo Skills Challenge ad aprire le danze. La sfida di abilità tecniche, che per il terzo anno consecutivo è stata impostata con un tabellone suddiviso in sfide tra lunghi da una parte e guardie dall’altra, ha visto la rivincita dei “piccoli” grazie a Spencer Dinwiddie che succede nell’albo d’oro a Karl-Anthony Towns e Kristaps Porzingis. Il giocatore dei Brooklyn Nets ha mostrato un mix di velocità e precisione che gli ha permesso di regolare gli avversari permettendo alla franchigia newyorkese di salire agli onori della cronaca in una stagione non particolarmente felice. La palma di migliore nella competizione dello Skills Challenge va a mio avviso a Lauri Markkanen arrivato fino all’atto conclusivo della competizione mettendo in mostra tutta la sua efficacia nel tiro dall’arco. Un percorso netto fatto di tre canestri su tre tentativi, al quale, solo la maggior velocità di Spencer Dinwiddie, ha negato l’opportunità di arrivare al tiro nell’ultimo episodio della sfida. Il peggiore va ad Andre Drummond che, intervistato appena prima dell’inizio della competizione, aveva promesso di portare a casa la vittoria salvo poi essere eliminato al primo turno; non proprio le garanzie di Sheediana memoria in maglia Pistons.

Devin Booker,Klay Thompson

Così come lo Skills Challenge ha permesso ad una squadra non proprio ai vertici della lega come i Nets di prendere le luci della ribalta, anche il Three-Point Contest è stato vinto da un componente di una squadra che sta svolgendo un ruolo marginale in questa stagione. Devin Booker, con il record assoluto di punti messi a segno nella storia della gara del tiro da tre, ben 28, ha battuto in finale Tobias Harris e il super favorito Klay Thompson. Dopo un primo turno tutt’altro che entusiasmante, che ha visto l’eliminazione di Ellington, Lowry, George, Beal e il campione uscente Eric Gordon, la gara è esplosa nella finale nella quale non sono bastati i 25 punti dello Splash Brother al fine di bissare la vittoria del 2016. Il mio MVP della competizione va a Tobias Harris, il meno tiratore tra i partecipanti, in grado, in entrambe le sessioni, di partire a razzo nei primi tre carrelli salvo poi spegnersi per sopraggiunta fatica nel finale, mentre una nota di demerito va assegnata a Paul George che, in quella che i tifosi dei Lakers si auspicano sia la sua nuova casa a partire dalla prossima stagione (Russell Westbrook permettendo), si prodiga nell’infausto lancio del mattone con il quale mette a dura prova la tenuta dei ferri dello Staples Center.

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Prima di arrivare alla portata principale della serata, lo Slam Dunk Contest, tutti in piedi per la comparsa dell’unico vero leader emotivo della Lega, Bill Russell che accompagnato da Grant Hill e Kareem, entra in scena durante la commovente “Stand Up for Something” interpretata da Andra Day appena prima che  Dannis Smith Jr, Victor Oladipo, Larry Nance Jr e il sostituto di Aaron Gordon, Donovan Mitchell, orchestrino, o per lo meno ci provino, l’evento più spettacolare della serata. Messa da parte la ovvia trasformazione di Larry Nance Jr in Larry Nance Sr., la prima ondata di schiacciate mette in evidenza tutta la voglia di Oladipo di riservare le forze per lo sforzo domenicale e il tempismo assoluto della non così scontata schiacciata con doppio tabellone di Donovan Mitchell. A nulla vale quella che a mio avviso è stata la schiacciata più spettacolare della serata, fatta registrare da Dennis Smith Jr con un 360 between the leg chiuso con la sinistra, che gli vale il 50 più inutile di tutte le edizioni, in quanto ad approdare all’atto finale  sono Larry Nance Jr e Donovan Mitchell. Nonostante l’intervento del padre e la schiacciata mostruosa con doppio tap in, apprezzabile solo dopo attento replay, del neo giocatore dei Cavs, è Donovan Mitchell ad aggiudicarsi la contesa con il tributo a Vince Carter e la sua “It’s Over Dunk”. Una gara delle schiacciate ben lontana non solo da quella inscenata nel 2000 ad Oakland ma anche dalla molto più recente sfida tra Zach Lavine ed Aaron Gordon in grado di mettere sul piatto uno spettacolo molto più appassionante. Nonostante la vittoria di Mitchell che, in stile Danimarca agli Europei di calcio del 1992 vince la competizione da ripescato, l’MVP va a Larry Nance Jr. e al suo super atletismo, mentre la palma di peggiore va allo schiacciatore mascherato Victor Oladipo.

Arrivata finalmente la Domenica, la curiosità di capire come i giocatori affronteranno la partita delle stelle con il nuovo format è piuttosto alta e dopo la presentazione di Kevin Hart e il languido inno cantato da Fergie, Team LeBron e Team Steph scendono in campo per darsi battaglia. L’appello non troppo velato di Adam Silver di onorare la competizione che negli ultimi anni ha deluso oltremodo i pur fedeli fans della Lega ci priva almeno di assistere a continui contropiedi tre contro zero e sceneggiate al pari della difesa, sdraiato per terra, di Curry vista malvolentieri nella passata edizione. Le squadre, pur non dannandosi l’anima ed esasperando all’eccesso la ricerca del tiro da tre punti, fanno finta di difendere limitando notevolmente la portata del punteggio rispetto alle edizioni 2016 e 2017 e portano noi spettatori all’epilogo desiderato: partita in equilibrio a cinque minuti dal termine. Improvvisamente la partita si fa agonistica e in questo contesto di partita vera emergono la competitività di Westbrook, la onnipotenza di Lebron e la purezza del tiro di Kevin Durant così come per il team Steph risaltano le motivazioni per cui le scelte di gioco di Harden e i limiti di DeRozan e Lowry non abbiano ancora permesso ai Rockets e ai Raptors di fare il definitivo salto di qualità. La partita si conclude 148 a 145 per il Team LeBron con la difesa combinata del Re e di KD35 che impediscono a Steph e compagni di prendere il tiro necessario a forzare la gara ai supplementari e i 29 punti 10 rimbalzi e 8 assist del nativo di Akron gli valgono il terzo MVP nella gara delle Stelle.

Degna di essere sottolineata è la prestazione di Lillard che, con un numero diverso di possessi ne avrebbe potuti mettere anche 50, ma il reale MVP va a Anthony Davis sceso in campo con la maglia del compagno di squadra Cousins, costretto a concludere anzi tempo la stagione. Pollice verso per Jimmy Butler che neanche è voluto scendere in campo per la felicità di Lou Williams che non ha esitato a riprenderlo tramite i social e per Steph Curry non proprio entusiasmante durante il corso di tutta la serata. Il 67esimo All Star Game ormai è nell’albo dei ricordi e, nonostante la Lega sia ancora lontana dal produrre uno spettacolo vagamente lontano dagli All Star Game del passato, la direzione che è stata intrapresa in questa edizione fa ben sperare per il futuro anche perché, come hanno dimostrato i cinque minuti finali, le potenzialità di questo evento sono tali da farci restar svegli la notte per godere dello spettacolo sportivo più bello del mondo.

Nota a margine: quel ragazzo con la numero 23 al quale è stato suggerito in tempi recenti di occuparsi di giocare a basket piuttosto che discutere di politica, è la stessa identica persona che fino al mese scorso partecipava inerme alle uscite dei suoi Cleveland Cavaliers. Che sia cambiato qualcosa nelle sua testa dopo la trade deadline è palese e sono convinto che dei Cavs ne risentiremo parlare a giugno inoltrato perché LeBron è tornato a fare il LeBron e domenica sera lo ha sottolineato in maniera piuttosto evidente.

NBA: All Star Game-Team LeBron at Team Stephen

Francesco Rivano

Francesco Rivano

Nato il 12/11/1980 a Iglesias, nel profondo Sud della Sardegna e cresciuto a Carloforte, mi sono laureato in Economia e Commercio nel 2007 trovando successivamente un impiego nell'ambito della gestione contabile. Calciatore e calciofilo fin da tenera età ho militato nella squadra del mio paese per 15 anni. Nel 2000 sono stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco e mi sono convertito al basket. Il mio personalissimo Messia ha un nome e un cognome: Allen Iverson. Attualmente mi occupo di intermediazione immobiliare ma la più grande passione rimane la palla a spicchi color arancio e narrare le vicende della NBA e dei suoi protagonisti è la mia massima espressione di libertà e divertimento.

 

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