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5 Questions to: Stefano Nurchi

Eccoci al terzo episodio della rubrica “5 Questions to” e questa volta, ad accomodarsi nel salottino di NbaLife.it, non è un giornalista, né un blogger, né un cestista di professione ma un semplice appassionato, “uno di noi”, che finalmente è riuscito ad imbarcarsi su un aereo con destinazione USA per realizzare il sogno di una vita. Vi avevo promesso che questa rubrica avrebbe dato voce a chiunque condividesse la passione per la Lega e avesse qualcosa da raccontare, quindi diamo il benvenuto al mio conterraneo Stefano Nurchi e cerchiamo di capire cosa lo ha spinto ad attraversare l’Atlantico.

1) Come sbarca il mondo della NBA in casa Nurchi? C’è un giocatore, una squadra, una partita che ti ha caricato, una volta per sempre sulla spalle, la scimmia della passione per la Lega?

Da piccolo ero un bambino abbastanza vivace, purtroppo per i miei genitori. Mi svegliavo sempre presto, anche durante il fine settimana, l’unica occasione che avevano per potersi riposare un po’ dopo una settimana di duro lavoro e naturalmente pretendevo che tutti si svegliassero in contemporanea con me per poter fare qualcosa insieme. Ricordo abbastanza bene una domenica mattina di un lontano giugno del 1990, avevo 9 anni. Come sempre mi svegliai presto in cerca di qualcosa da fare, ma non trovando nessuno disponibile, mi andai a sedere sconsolato in salotto dove c’era la tv; la accesi rassegnato al fatto di trovare i soliti cartoni animati e invece trovai la replica di una partita della Finals che in quell’anno vedevano contrapporsi i Detroit Pistons di Thomas, Dumars, Laimbeer e Rodman (quelli che di lì a poco avrei scoperto chiamarsi  Bad Boys) contro i Portland Trail Blazers ( che nome pazzesco pensai!) di Porter, Drexler, Robinson ed un certo Drazen Petrovic che di lì a poco avrebbe fatto parlare di sé anche se in un’altra squadra. Tutti quei colori, quelle musiche, quelle giocate spettacolari, in sottofondo coach Dan che rendeva il tutto ancora più esaltante e dava perle di saggezza per chi si cimentava nei campi da basket. Quel giorno è come se avessi avuto quello che in etologia viene definito imprinting: io e la Nba non ci siamo mai più lasciati, come nelle più belle storie d’amore.

2) Parliamo del vero motivo per cui sei qui. Ad Aprile hai deciso di trasformare in realtà il sogno che tenevi nel classico cassetto da tanto, troppo tempo. Cosa significa per un appassionato di basket d’oltreoceano imbarcarsi su un aereo diretto verso gli Stati Uniti d’America con due biglietti per la NBA in tasca?

Ha significato realizzare un sogno che ha iniziato a materializzarsi da bambino e che col tempo è  cresciuto e tanto. Ha significato la soddisfazione di diventare grande e poter finalmente avere la possibilità di realizzarlo. Tutti questi anni a seguire il gioco più bello del mondo dalla lontana Europa facendo spesso e volentieri le ore piccole per vedere una partita e di colpo era tutto lì davanti ai miei occhi… un’emozione enorme.

3) Prima tappa a Boston per proseguire in back to back al Madison Square Garden. Insomma, dalla culla del gioco alla capitale mondiale del basket. Rendici partecipi di come vivono bostoniani e newyorkesi il giorno della partita: hai notato qualche differenza culturale fra i tifosi delle due città nell’approcciarsi alla squadra amata? E quali emozioni ti porti dietro da un’esperienza del genere?

Vedere la partita al TD Garden è stata un’esperienza grandiosa, per me qualcosa di epico. Mi sono presentato con larghissimo anticipo ai tornelli per potermi gustare al meglio l’atmosfera di un tempio del basket e ne è valsa la pena: le maglie ritirate di Bill Russell, Bob Cousy, John Havlicek, Larry Bird, Kevin Mc Hale, Robert Parish e Paul Pierce (per citarne alcune) stagliate lì in alto in memoria di gesta eroiche sul campo. E ancora, più di 20 di stendardi da campioni di conference e 17 titoli da campioni delle Finals che quasi mettono in soggezione te e chi scende in campo, sia esso un Celtic o un avversario (non nascondo i brividi). Infine, come la ciliegina sulla torta, prima della partita un sorridente e amatissimo Brian Scalabrine, aka “the White Mamba” firmava autografi a grandi e piccini, ma cosa si vuole di più dalla vita? Poi è iniziata la partita che vedeva gli eroi di casa contrapporsi a dei Bulls che oramai non avevano più nulla da chiedere a una regular season ormai agli sgoccioli e inizia un’altra sorpresa: tutti al TD Garden indossavano qualcosa di verde ed ogni canestro dei Celtics era un boato. Ho toccato con mano la passione vera di una città fiera per la sua squadra, che seppur priva delle due grandi stelle (Irving e Hayward) non è stata minimamente scalfita, anzi. I Rozier, Brown e Monroe (che proprio quella sera ha messo a referto una tripla doppia), allenati da quello che secondo me è uno dei migliori allenatori in circolazione se non il migliore, hanno tenuto alto l’entusiasmo…C US RISE proprio come la frase che si può leggere ovunque al palazzetto e non solo.

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Il giorno dopo raggiungo la Big Apple, giusto in tempo per fare una “capatina” al Madison Square Garden (ma sono proprio io ho pensato?!). L’emozione è stata tantissima anche in quel caso: mi ritornavano in mente sua altezza MJ che mortificava un povero Patrick Ewing con una schiacciata  dalla linea di fondo consegnata alla storia del gioco o Reggie Miller che, in uno slancio di grande umanità, si preoccupava che il buon Spike Lee, a bordo camp,o non si affogasse alla ennesima tripla pesantissima messa in faccia a tutta la difesa dei Knicks. La partita coi Bucks è stata più un passatempo che una sfida vera, andare al MSG è solo una delle mille cose che la città più eccitante del mondo ti mette a disposizione e che i turisti (anche quelli che non conoscono la differenza tra passi e doppio palleggio) colgono con entusiasmo, almeno fino a quando i Knicks non saranno capaci di riprendersi un posto che conta nella Lega, che ormai manca da troppi anni, e saranno capaci di riportare l’esigentissimo pubblico newyorkese in quella meraviglia che sorge al numero 4 di Pennsylvania Plaza.

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4) Il tuo viaggio non prevedeva una capatina in Ohio (come darti torto), ma da amante della NBA avrai sicuramente visto in TV la gigantografia di LeBron posta all’ingresso della Quicken Loans Arena. Vogliamo dire due parole sulla stagione di LeBron James e su quello che di straordinario sta facendo in questi playoffs e soprattutto, cosa pensi della divisione fra Fans sfegatati e Haters che accompagna la carriera del numero 23 di Cleveland dalla “Decison” in poi?

Voglio partire da un concetto che recentemente ha espresso un amico, più che un fan una Treccani di basket Nba, che mi ha illuminato. Mi dice: “Ste, il punto non è se LeBron è il più forte di sempre o meno, il punto è che è il giocatore meno replicabile della storia di questo sport”. Ecco, credo che in questa frase sia sintetizzata tutta la straordinarietà di un giocatore. Nessuno avrà mai problemi ad affermare che Michael Jordan sia universalmente il giocatore più forte di tutti, ma nessuno potrà mai stupirsi se venisse accostato a Kobe Bryant, di fatto la sua replica (e che replica!) in tutto e per tutto, fatto salvo un anello vinto in più da His Hirness. Lebron sta semplicemente rivoluzionando questo sport ogni volta che scendo in campo: palleggia e passa come un playmaker, tira come una guardia, penetra come un’ala e domina l’area come un centro…prendi 5 e paghi uno se si trattasse di un’offerta commerciale! Chi altro può essergli accostato? Personalmente non ho ancora trovato una risposta. Quello che sta facendo vedere a tutto il mondo proprio in questi playoffs si commenta da solo: dominio puro al 100% e buona pace dei malcapitati che lo incontrano verso la strada per le Finals, nonostante un supporting cast non sempre all’altezza, per essere gentili. In merito alla polemica che divide chi lo ama e chi lo odia rispondo cosi: Love the game, fuck the haters. Provo pochissimo interesse nel replicare un paradigma italico-calcistico in un contesto come quella della Nba che per definizione è puro spettacolo, o almeno io preferisco viverlo così fin da ragazzino e credo di non essere il solo.

5) Siamo alla quinta e ultima domanda e anche per te si avvicina il momento del pronostico. La regular season appena trascorsa ci ha ribadito tante certezze ma ci ha anche regalato ottimi spunti sul futuro della Lega che si prospetta alquanto florido. Che idea ti sei fatto di questa stagione NBA e quale pensi possa essere il giusto epilogo a Giugno?

E’ stata una regular eccitante perché non si vedeva un’infornata di rookies del genere da tanti anni: Mitchell, Tatum, Markkanen, Kuzma, Ball, Simmons (a proposito è un rookie?), ma anche John Collins, Jarret Allen, Anunoby , Adebayo, Bogdanovic, Fox e Bell. Tutti nomi che sentiremo spesso nel prossimo futuro, in attesa di un certo Luka Doncic che gli amanti del basket Nba e non solo attendono a braccia aperte. Credo, salvo incredibili sorprese, che il titolo resterà a buon diritto lì nella Baia di San Francisco: stiamo assistendo a quella che in Nba viene definita una dinastia: tanto, troppo talento purtroppo per le contenders, concentrato in un’unica squadra allenata magistralmente da un Kerr che, con l’umiltà e l’intelligenza proprie dei grandi, ha saputo creare un capolavoro che trova nei numeri la sua forza, “strength in numbers” appunto…Re James permettendo.

Eccoci giunti al capolinea della terza puntata e ringraziando l’amico Stefano per averci reso partecipi del suo “viaggio NBA” tra Boston e NY, vi rinnovo l’appuntamento per le prossime puntate con nuovi ospiti e nuove “5 Questions to”.

Francesco Rivano

Francesco Rivano

Nato il 12/11/1980 a Iglesias, nel profondo Sud della Sardegna e cresciuto a Carloforte, mi sono laureato in Economia e Commercio nel 2007 trovando successivamente un impiego nell'ambito della gestione contabile. Calciatore e calciofilo fin da tenera età ho militato nella squadra del mio paese per 15 anni. Nel 2000 sono stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco e mi sono convertito al basket. Il mio personalissimo Messia ha un nome e un cognome: Allen Iverson. Attualmente mi occupo di intermediazione immobiliare ma la più grande passione rimane la palla a spicchi color arancio e narrare le vicende della NBA e dei suoi protagonisti è la mia massima espressione di libertà e divertimento.

 

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