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5 Questions to: Niccolò Scarpelli

Continua il processo di condivisione che NbaLife.it ha deciso di intraprendere attraverso il confronto e il mezzo attraverso il quale svilupparlo è il secondo appuntamento con la rubrica “5 Questions to”, che in questo episodio mi ha dato l’opportunità di conversare di NBA con Niccolò Scarpelli. Dalle origini della sua passione sino al sogno rosa targato Gazzetta dello Sport, cinque risposte alle mie cinque domande che mettono a nudo il suo pensiero, la sua esperienza e la sua professionalità in una miscela di emozioni e spunti tecnici che siamo lieti di mettere a vostra disposizione.

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1) Da dove nasce la passione per il basket d’oltreoceano? C’è un aneddoto, una causa scatenante, un evento che ha legato indissolubilmente Niccolò Scarpelli alla NBA?

Sono sempre stato affascinato da tutto quello che proviene dagli States, ed essendo cresciuto in una famiglia dove lo sport è all’ordine del giorno, non potevo non fare la somma. Il primo contatto è una partita di playoff di un secolo fa: Spurs-Lakers, 1999. La stagione del lockout, il primo titolo di Popovich. Io avevo nove anni, mi ricordo la partita la trasmetteva TelePiù. Son ricordi frammentati ma ancora nitidi nella mia testa. Dopo essermi fatto spiegare i rapporti di forza tra le due squadre da mio padre, essendo anticonformista per diritto di nascita, optai per le maglie nero-argento. I Lakers erano in rampa di lancio con Kobe e Shaq e dall’anno dopo avrebbero dominato. Ricordo di essere rimasto incantato dalla classe di Duncan. Erano una corazzata anche gli Spurs: l’Ammiraglio, Sean Elliot, il “Piccolo Generale” Johnson, Malik Rose, Jaren Jackson ― che poi è il padre del Jaren Jackson Jr che tra un mese verrà scelto con una pick molto alta al prossimo Draft. Da lì ho iniziato ad appassionarmi e nel giro di qualche anno ho iniziato a seguire la NBA in maniera più continua e crescente fino al giorno d’oggi.

2) Play.it Usa, NbaReligion.com e ora anche il fascino del rosa Gazzetta. Ormai la Lega ha conquistato milioni di italiani e il fatto che la Gazzetta dello Sport, negli anni, abbia dedicato ad essa un’attenzione sempre maggiore, ne è la testimonianza. Raccontaci come si arriva a scrivere per la Rosa e quali obiettivi ti poni?

Onestamente è successo tutto molto in fretta. Quando mi hanno chiamato pensavo avessero sbagliato persona. Però è davvero una grande opportunità, un privilegio, e una responsabilità enorme. Il mio obiettivo è crescere giorno dopo giorno, cercando di migliorami e di mettere la mia passione al servizio del lettore.

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3) Ho avuto la fortuna di leggere un tuo “diario di bordo” che narra la meravigliosa esperienza da reporter NBA in quel di Phoenix. Prova a descrivere le emozioni che vive un appassionato di basket, prima ancora che inviato, a tu per tu con i protagonisti della Lega.

Avevo già avuto la fortuna di assistere ad alcune partite NBA dal vivo ma poterlo fare da “giornalista” accreditato è stata un’emozione unica. Mi ricordo la prima partita (Suns-Spurs, il fatto che ci siano sempre loro nel mezzo non credo sia casuale) di aver fatto tre volte il giro completo del palazzo, entrando praticamente in ogni stanza possibile. Poter vedere i giocatori da vicino ti cambia la percezione, la prospettiva. LaMarcus Aldridge è uno degli esseri umani più enormi che abbia mai visto, Embiid sembra una scultura del Canova. Non potrò mai dimenticare inoltre la classe e la pazienza di Ettore Messina, che ha trovato il modo di dedicare quindici minuti del suo tempo, nonostante l’ora tarda e il back-to-back che si faceva sentire, a uno sconosciuto dall’Italia che voleva fargli due domande. Un grande professionista (oltre che un grande coach).

4) Dai duelli Bill Russell–Wilt Chamberlain, passando al dualismo Magic-Bird, attraverso il dominio di MJ fino ad arrivare a Kobe e Duncan che hanno ormai lasciato il testimone a LeBron: come è cambiata la NBA nel corso degli anni e come le analisi statistiche hanno influenzato il gioco?

La NBA è cambiata tantissimo nel corso degli anni e sta continuando a cambiare per motivi prettamente evoluzionistici, riguardanti sia la parte atletica/anatomica dei giocatori, che quella analitica, che permette di capire più a fondo il gioco. Fino a pochi anni fa erano pochissimi i giocatori in grado di ricoprire più ruoli in campo e le caratteristiche fisiche tendevano a limitarti in una posizione più o meno specifica con dei compiti prestabiliti. Basti pensare agli stereotipi dei “lunghi” o del playmaker, che in campo riconosci perché è quello piccolo che organizza l’attacco. Oggi queste cose non esistono più. Il concetto di positionless, di giocatori senza ruoli fissi, sdoganato dal titolo dei Warriors campioni nel 2015 (che esisteva già da prima, anche se sembrava una cosa più da “pionieri” diciamo. Vincere aiuta anche in questo caso) oggi è alla base di molti dei programmi delle franchigie. Giocatori come LeBron James, Kevin Durant, Anthony Davis, Giannis Antetokounmpo o Ben Simmons per citarne alcuni, stanno rompendo gli argini, infrangendo la parete verso una nuova dimensione di super-atleti in grado di portare il Gioco (inteso come basket) ad un livello più alto e raffinato. Credo che quella che stiamo vivendo sia una vera e propria età dell’oro della NBA. Non me ne vogliano i nostalgici ma un livello così alto di talento e organizzazione non si era mai visto. Stessa cosa accade per le statistiche avanzate, che per quanto debbano sempre essere contestualizzate, permettono di analizzare e capire meglio le varie situazioni. La rivoluzione tattica iniziata da D’Antoni (con Kerr dietro le quinte) e proseguita dai Warriors (con Kerr in prima fila ad allenare) è, secondo me, un aggiustamento evolutivo alla fisicità a 360° (intesa come elasticità, esplosività, rapidità…) dei giocatori e all’organizzazione tecnico-tattica delle squadre. Facciamo un esempio semplice. Qual è il tiro più facile da segnare nel basket? Un lay-up al ferro, una schiacciata. Come posso arrivare a prendere questo tiro in uno sport dove degli pterodattili planano da ogni posizione? Cercando di allargare il campo, di dilatare i tempi di recupero; tentando insomma di “attrarli” fuori dall’area. Il tiro da tre ne è una conseguenza diretta. L’obiettivo primario resta quello del lay-up, poi chiaramente diventa anche una questione matematica: una tripla vale un punto in più, da qui l’importanza fondamentale di calcolare la percentuale reale dei giocatori/squadre, dando parametri diversi alle tre diverse realizzazioni  (un punto per i liberi, due per i tiri in area, tre per quelli oltre l’arco). Le statistiche avanzate permettono di avere riscontri migliori sui motivi di causa ed effetto. Un altro esempio molto esplicativo: nel video che è circolato qualche mese fa di un time-out dei Warriors dove Steve Kerr parla con Curry, in una pessima serata al tiro ma con un plus/minus (lo strumento che valuta il rendimento di un giocatore mediante il conteggio della differenza tra punti fatti e subiti dalla sua squadra durante la permanenza in campo) decisamente positivo, dicendogli di essere molto soddisfatto della sua prestazione (Carry on my son!). Morale: mi interessa il giusto se i TUOI tiri non vanno dentro, il tuo lavoro in campo è comunque positivo. Non può essere un caso se ogni squadra dispone di un proprio staff di analisti in merito: ogni informazione è vitale ai fini del progresso e aiuta in modo tangibile a portare lo spettacolo ad un livello sempre più alto.

5)Parliamo della stagione NBA che stiamo vivendo: quali spunti di riflessione ti ha lasciato la Regular Season e cosa ti attendi dai Playoff appena incominciati? E mi raccomando, i nostri lettori si aspettano il tuo pronostico sull’esito finale di questa stagione.

Di spunti di riflessione ce ne sarebbero tantissimi, con la Western Conference vero girone infernale fino all’ultima giornata e la nascita di nuove super-potenze (no dico, ma li avete visti giocare i Sixers?!). Sarà molto interessante seguire l’evoluzione dei Cavs di LeBron James, che per me restano la prima favorita ad Est ma che stanno faticando davvero tanto già al primo turno contro Indiana (giù il cappello davanti alla stagione dei Pacers e del Giocatore Più Migliorato Della Stagione Victor Oladipo). Per di più con la situazione di James, che rischia davvero di essere all’ultimo valzer con la maglia dei Cavs. Così come vedere se Houston potrà davvero impensierire Golden State, che per me rimane la grande favorita per la vittoria finale. Una serie tra Rockets e Warriors sarebbe l’apoteosi perfetta per una stagione già così davvero entusiasmante. Ah come dite, ci sarebbero anche le Finals dopo di quella? Ma allora lo vedi che non c’è niente di meglio della NBA.

Anche il secondo episodio di “5 Questions To” è arrivato al termine e ringraziando per la disponibilità e la gentilezza il nostro ospite Niccolò, vi auguro un buon proseguimento di Playoffs rinnovando il mio invito a seguirci su NbaLife.it .

Francesco Rivano

Francesco Rivano

Nato il 12/11/1980 a Iglesias, nel profondo Sud della Sardegna e cresciuto a Carloforte, mi sono laureato in Economia e Commercio nel 2007 trovando successivamente un impiego nell'ambito della gestione contabile. Calciatore e calciofilo fin da tenera età ho militato nella squadra del mio paese per 15 anni. Nel 2000 sono stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco e mi sono convertito al basket. Il mio personalissimo Messia ha un nome e un cognome: Allen Iverson. Attualmente mi occupo di intermediazione immobiliare ma la più grande passione rimane la palla a spicchi color arancio e narrare le vicende della NBA e dei suoi protagonisti è la mia massima espressione di libertà e divertimento.

 

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